09/12/17

IL SILENZIO DA CUI E' PARTITO TUTTO






Nella solitudine è come se si trovasse la maggiore libertà, forse anche perché si inizia a parlare da soli e così dialogare fantasiosamente con chi è assente. Come un cowboy in viaggio.
In queste foto (la mia prima installazione come artista), poi stampate a guisa di pelli, le immagini di un cowboy a caccia di un indiano, il quale è a caccia di una visione. Senza questa, il pellerossa non conosce la propria personalità, non si riconosce; e così neppure il cowboy senza la sua preda.
Io immaginavo che la visione era a caccia del cowboy.

01/12/17

STUDIARE TANTO... PER POTER FOTOGRAFARE CON UN GIOCATTOLO



Avevo studiato tanto, concentrato la mia attenzione ai ragionamenti che inserivo nella presentazione delle mie mostre - al punto che davo particolare attenzione al foglio che si lascia all'inizio della visita di un'esposizione. Dopo essermi dedicato con abnegazione alla parte tecnica ed esplorativa del mondo della fotografia, ora cercavo di bilanciare la parte teorica. Forse troppo, dato che mi sentivo addirittura definire "artista concettuale".
Qui, ero addirittura a Salisburgo, trasferitomi per approfondire proprio questo aspettando, per frequentare l'accademia di belle arti. A un certo punto, mi sono ricordato di quanta simbiosi ho con il mezzo della fotografia e così essere in grado di ottenere l'effetto desiderato; è sufficiente lasciarmi andare e fidarmi. Allora, ho preso una pausa dagli appunti e sono uscito a zonzo con i colleghi del corso; a loro sembrava che io facessi foto a casaccio, o per finta visto che la fotocamera che usavo era un prodotto mediocre di plastica per nulla professionale (e che ricevette giustamente la definizione di "toycamera"). Dopo aver sviluppata la pellicola, le foto mostravano proprio quello che io stavo cercando, e non solo esteticamente perché evocavano addirittura quel mio sentirmi in una terra di confine senza sapere bene quale strada imboccare…

Gli altri del corso che videro poi gli scatti non riconosceranno mai che quella era la stessa Salzburg che avevamo percorso assieme o che fossero scatti prodotti in quella occasione; anzi che fosse la stessa città pure. Lo stesso per me.

24/11/17

FORMA D'ARTE COME FORMA DI MAGIA




La fotografia è arrivata relativamente da poco tempo; quando se ne conoscerà meglio, si scoprirà sicuramente la sua valenza magica. Magia significa manipolare i simboli; l'artista è mago e deve rendere concreto un culto/una cultura. Senza una convinzione, una fede, fa solo dei bei lavori.
Credo che la fotografia sia un'opportunità per ravvivare il potere magico. Quindi, l'arte non è intrattenimento ma una forza che trasforma; intrattenimento lo si riconosce quando il pubblico riceve ciò che desidera, l'arte non dà al pubblico quello di cui ha bisogno. Se il pubblico sapesse cosa vuole o cosa gli serve, non sarebbe pubblico, ma sarebbe completo, con il culto, acculturato: sarebbe l'artista. Approfondire la mia vita come artista è approfondirla come mago, pure, portando avanti le idee di cui sono convinto sulla realtà e la spiritualità - e quindi, pure, sulla vita e la morte. Il cercare di esprimerle ed inserirle nelle immagini che produco è fare il mio lavoro. Tradisco la verità se non accompagno il pubblico verso altri panorami, la quale è mia ma diventa assoluta perché io sono convinto della sua esattezza.

Questa immagine proviene da una pellicola che poi ho provato ad accompagnare con i versi di una poesia per la pubblicazione in una rivista anglofona. Gli scatti sono stati fatti mentre aspettavo gli altri che mi venissero a prendere per partire in auto verso una residenza che avremo fatto alla Fondazione Spinola Banna. Un posto davvero diverso, una pellicola vecchia irripetibile, le persone giuste per fare esperienze nuove.

18/11/17

FARE FOTO PER RICORDO O PER DIVENTARE UN RICORDO?



Quello che ho descritto negli ultimi post è un diverso punto di vista rispetto a Benjamin dell'osservazione delle immagini di massa, perché qui parliamo di immagini banali che sono alla portata di chiunque e che potrebbero anche non essere viste da nessuno. Chi è quindi il fruitore di quelle immagini? Il sistema stesso, internet, come una sorta di spettatore che accoglie le immagini e ci fa sentire "ascoltati". Un ottimo parallelismo con Dio, al quale venivano rivolte immagini che solo Lui poteva vedere: l'autore e chi le commissionava riconosceva, ma senza saperlo, che Dio le avrebbe viste. Nell'essere più specifici, non è esattamente un Dio, internet, ma la profondità che cela Dio: sé stessi. Funge quindi da specchio: penso a una cosa (la vedo), e carico quel pensiero (quella foto) nella rete, così che il mio pensiero rimarrà per sempre; anche se la foto non viene rivista, in quel momento so che è una porzione di me che rimarrà nell'eternità. In passato, avevo descritto queste dinamiche come autismo o autoerotismo, ma più esattamente è proprio un tendere al raggirare la morte, un persistere.

Mi interrogo se è lo stesso movimento che mi porta a realizzare lavori come questo: distruggo la foto e poi la rimonto, la colloco su un supporto che ha già un passato - che viene quindi sovrapposto. Cambio canale del testo e pertanto il messaggio che porta è deviato. Un passato che per me è quasi impercettibile, però diventa materia della mia personale memoria visto che le foto si fondono con le vecchie tele di mio padre, di quando dipingeva.

10/11/17

PERCEPIRE LA REALTA' NELL'ESPERIENZA VISSUTA O NELLA FOTOGRAFIA DELL'ESPERIENZA VISSUTA?



La caratteristica antropocentrica della fotografia è amplificata nella sua possibilità di far ricordare, preservare il soggetto dalla morte. Aiuta ad accettare il passare del tempo e far rievocare chi ci ha lasciati. La fotografia, qui, prende il posto della persona deceduta; come un regnante del passato che viene sostituito con la presenza del suo dipinto realistico, o il Faraone con dei simulacri di terracotta e la mummia…
Ma non è finita: oggi, tramite l'uso di massa della fotografia e l'immensa mole di foto della quotidianità di ciascuno che viene caricata in internet, la fotografia va a sostituire la vita stessa. Una replica che è qualcosa di più, quasi una neutralizzazione della quotidianità: scompare diventando neutra con quella di tutti gli altri che caricano foto nello stesso contesto…
Scopo di performance come quella illustrata da questa foto (scattata dalla fotografa Lara Trevisan durante una passata edizione del festival "Orchestrazione", Portogruaro -Venezia-), è appunto creare invece un corto circuito. Innanzitutto per chi è testimone dell'azione, e poi per chi avrà a che fare con simili immagini.
Il mostrare qui una via verso qualcos'altro comporta una difficoltà di interpretare il contesto più per chi è testimone indiretto che per chi era lì presente. Il primo, infatti, deve in aggiunta anche trovare un senso a ciò che la rappresentazione sta mostrando perché la foto rimane per sempre e si sostituisce inderogabilmente all'evento; mentre il secondo assiste tutto in modo effimero.

Deve essere come camminare nella nebbia, ma quello che la foschia non permette di distinguere bene non sono le cose più confuse che invece emergerebbero, ma quelle più quotidiane, ovvie.

04/11/17

COME NASCE LA "FOTOGRAFIA ESTESA"



Ecco uno dei primi suggerimenti del progetto che ho chiamato "la fotografia estesa" e che è realizzato in collaborazione con il pittore Raffaele Santillo. Spesso ci siamo trovati a condividere simili opinioni sulle immagini poiché è frequente che, tecnicamente, iniziamo entrambi da fotografie trovate per creare qualcosa di diverso. Lui con la pittura.
Così, si manifestano realtà assurde, si mette in scena ciò che è altro da noi. Ma attraverso i nostri punti di diversità - di distanza invece che di contatto - si elabora un nuovo linguaggio. Che credo  universale, come una sorta di esperanto - ma con le immagini.
Le nostre sequenze sono quindi possibili solo nello scambiarci di continuo un'immagine che evolve perché ciascuno interviene in modo indipendente ma anche considerando l'apporto dell'altro. E' il lavoro che comunque faremmo se fossimo da soli poiché partiamo, appunto, da immagini già esistenti. Il passaggio a un procedimento successivo, qui è possibile proprio per questa interazione, o ancora meglio: per l'attesa nel riavere l'immagine precedentemente ceduta, e per il suo successivo nuovo abbandono consapevole.
Con l'inaugurazione collettiva del festival Orchestrazione di quest'anno (dalle 18.30 del 4-11-17, presso la galleria d'arte Ai Molini di Portogruaro -VE-), abbiamo trovato la scusa per sbrigarci nel portare a termine alcune prime proposte. Ciascun lavoro è a tal punto suscettibile di continue rimaneggiamenti che dovremo dedicare a questo progetto un'intera mostra a sé.
Quando ho visto i primi lavori, mi sono meravigliato, perché il risultato trasmette proprio quanto io avrei da sempre voluto evocare ma che da solo non riuscivo in modo così esaustivo.
Quindi, nell’affrontare un disorientamento nel disconoscere e riconoscere in continuo l’immagine e nella fiducia verso il collega a cui si affida il proprio lavoro, l’autore potrà ottenere la manifestazione di un aggregato che sia a lui appartenente e al contempo sconosciuto: l’ospite estraneo.

27/10/17

COME SBAGLIARE NEL FOTOGRAFARE PER OTTENERE UNA FOTOGRAFIA CORRETTA



La fotografia è un metodo di rappresentazione fra i più antropocentrici. Non si può evitare di ingannarne il fruitore facendogli credere che non sia stato l'occhio di un uomo e la pressione del suo dito indice a realizzare lo scatto. Altre forme artistiche o creative possono essere maggiormente annacquate, mentre la fotografia si porta appresso una condizione di intimità che non si può evitare. La forma stessa dello scegliere lo scatto attraverso azioni che solo il fotografo può vedere, e attraverso il suo unico sguardo tramite il mirino, comporta questa intimità, personalità.
Di certo, si può spiegare - da questo punto di vista - la fotografia come la meno universale fra le produzioni di immagini. Pure quando vogliamo rappresentare qualcosa di astratto con la fotografia, dobbiamo ricorrere a dei soggetti precisi; mentre nelle altre forme artistiche si può evocare, costruire, raffigurare qualcosa di astratto o un oggetto che prima non esisteva.
Alla luce di queste riflessioni, colgo il mio modo di fare fotografia come completamente sbagliato perché è un utilizzare scorrettamente il suo dispositivo. Come usare la pittura per fare letteratura o la tipografia per dipingere…
Nella foto qui riprodotta, si vede un panorama di un parco nella periferia di Roma, nel fondo ci sono delle strutture, forse dei ruderi. Vagavo con un amico attraverso quei boschi, ogni tanto salendo su degli edifici antichi lì abbandonati; ma quello che volevo era appunto che il ricordo, i nostri discorsi e quello che avevo di fronte si fondessero in un'unica immagine. E in quel momento, addirittura, già avevo un'idea di come sarebbe venuta la foto perché avevo sistemato l'obiettivo in modo da avere quell'impressione e scelto una pellicola che fallisse nell'intento per un'alterata sensibilità: era un kodak scaduta da 60 anni. Mi aveva fatto piacere usarla anche solo perché avevo aspettato il momento ideale per vedere i risultati che avrebbe dato.
Invece, l'idea di questa serie di foto mi è giunta dal sentirmi sopraffare dalla bellezza di Roma, quasi un non poterla recepire e gestire tutta. Perché proprio quella città vive così l'antichità che offre: molto frequente è scorgere tracce dell'antica Roma, anche enormi pezzi di palazzi che una volta scovati, vengono recintati e protetti. Facendo attenzione, ne notavamo ovunque e è impossibile quindi solo annotare tutte queste presenze e averne cura… di conseguenza, anche semplicemente la plausibile spesa per gestire il fazzoletto di prato che circonda ciascun rudere è incalcolabile per la città, per il nostro paese. Sono tutte queste osservazioni che mi hanno fatto percepire quello stato di sopraffazione - una ricchezza ingestibile. Allora ho iniziato a soffermarmi su come alcune antichità venivano come ignorate e diventavano parte integrante dell'arredo urbano o privato oppure sporcate da scritte perché non riconosciute; anche poco prima di giungere in quel parco, siamo passati di fronte a un condominio che aveva incluso nel giardino un enorme porzione di acquedotto romano… non si può non costruire edifici per riguardo di questi ritrovamenti e così questo banale condominio convive con un patrimonio di importanza archeologica che se fosse altrove sarebbe invece messo in rilievo.

Non vedo l'ora di tornare a Roma.

21/10/17



Questa foto è stata fatta durante la "notte bianca" del 2012 a Venezia da Elena Tubaro - fotografa pordenonese che era capitata con un gruppo di fotografi di Instagram per immortalare i momenti salienti della serata.
Qui sono negli atelier della Fondazione Bevilacqua La Masa, a La Giudecca, mentre accoglievamo i partecipanti della festa. Mi ero proposto in un'ipotetica performance nel quale rivestivo i panni di un barbiere. O meglio, non sono e non lo ero neppure all'epoca, un barbiere, però era uno degli espedienti per raccogliere soldi per mantenerci a Venezia senza implicare direttamente il lavoro artistico che si stava facendo negli studi. Si trattava di un progetto sorto da vere necessità finanziarie e da un intento di guardare ai nostri ricordi, confrontando i pensieri miei e di un partecipante del collettivo Dirtmor. Sia io che lui (presente anch'esso come ospite della fondazione), infatti, avevamo riscontrato che i nostri padri, alla nostra età, aspiranti artisti, inscenavano delle idee e dei mestieri per poter arrotondare le entrate: fotografo per i turisti, coltivatore e, come in questo caso, barbiere.
Così noi, allora, replicavamo. Ogni azione doveva infine essere documentata, ma il progetto non arriverà a conclusione perché la persona che collaborava con me vi ha rinunciato. Precisamente, ha rinunciato a qualsiasi progetto iniziato durante il periodo di residenza alla fondazione, come pure deplorare quanto fatto in precedenza con il suo collettivo. E' stato uno strano scomparire… lo abbiamo anche ricercato, trovandolo infine impiegato in una boutique di San Marco; quindi anche con un aspetto ben diverso dal solito.
I suoi compagni hanno pure affrontato questa sorta di voltafaccia, inscenando un funerale. Non voleva essere una mancanza di rispetto, ma poter andare oltre all'assenza di uno dei componenti che risultava centrale in molte delle loro produzioni - oltre che personali esperienze.

Io non ho mai capito bene come giudicare l'accaduto, per me era un periodo prolifico e quindi non ho risentito troppo di un venir meno di un progetto, ma solo di un amico.

14/10/17



Stamattina ricordavo l'abitudine alla confusione di quand'ero più giovane. Ricercavo il caos, credevo nel disordine che portasse condizioni di fertilità. Sentivo di averne l'attitudine, anche al rumore; eppure ricercavo quelle specifiche atmosfere come se mi facessero invece stare bene. Mi portano pace. Come quando passavo tutta la notte fuori, con i miei amici, anche dieci ore di fila e poi me ne tornavo tranquillamente a casa a dormire; e al risveglio era come tutto azzerato. Una ricerca di sormontare stimoli per poter fare piazza pulita. Anni inconcludenti perché forse non capivo se vivere era la settimana lavorativa o il weekend trascorso come una vacanza.
L'immagine che ho scelto oggi, racconta proprio di questo, perché fa parte di una serie che prevede foto sulle quali vengono aggiunti svariati elementi per creare una nuova immagine dal sovraffollamento. E qui, dalla compressione o compresenza di molti soggetti, è come se si superasse la superficie e si raggiungesse l'opposto: la pace. A me, questa immagine, ispira infatti serenità. E altre, ancora più confusionarie, raggiungono pure meglio questo obiettivo.

In questo periodo, guardo a queste foto perché, per via dell'attuale situazione finanziaria, esco di casa poco spesso. Seppure provengono da foto di altri, sono souvenir anche miei. Le foto arrivano da stampe o pellicole trovate in case abbandonate o addirittura fra ruderi di edifici demoliti o fra i detriti buttati via delle case crollate. Era il periodo in cui realizzavo le foto dalle immagini che raccoglievo camminando in giro per la campagna.

07/10/17



Questa fotografia è uno di quei lavori che mi fa ricordare l'artista Luciano Lunazzi. Oltre al periodo di esecuzione, che coincide con il mio avvicinarmi al contesto degli artisti udinesi e così a Luciano, ricordo una idea di collaborazione che ovviamente non troverà realizzazione. Gli avevo commissionato di imbastire un secondo me, in scala reale, in cartone, da poter indossare come un abito o un'armatura.

Spesso ci capitava, io e lui, di condividere idee sui modi per guadagnare con l'arte, e le sue sono quelle che mi stanno aiutando a migliorare la mia situazione a riguardo… Poi il resto.

29/09/17


Uno spirito disteso su un lenzuolo. Di certo, ogni volta che vedo questa immagine penso al sogno, all'intera attività onirica; così distinguo una figura forse femminile e la percepisco come la compagna che mi abbraccia durante la notte. I colori chiari e le linee sottili che la riempiono le conferiscono una forma delicata, fragile e solo suggerita. E' perché me ne sono accorto che ho deciso di non continuare con l'idea di riempire la foto di altri elementi, e l'ho lasciata lì sul lenzuolo. E non so ancora se distesa o sospesa.
Questo lavoro l'ho realizzato per mostrare qualcosa di nuovo ai fotografi, ai curatori e ai galleristi con cui mi sentivo dopo averli incontrati al festival della fotografia dell'anno scorso a Arles. Però, seppure stavo facendo immagini che mi emozionavano, ho notato che erano un proseguimento di quelle che avevano destato il maggior interesse al festival; così le ho messe da parte per ricominciare qualcosa di nuovo usando solo foto provenienti dal mio passato. Quelle di questa serie sono frammenti di una pellicola trovata qualche anno fa, per terra, in una via periferica di Treviso e raffiguranti scatti ricordo di una vacanza al mare fra amici.

18/09/17


Aprire un hard disk è come aprire uno di quei cassetti dove si butta dentro tutto ciò che non è di immediato utilizzo. Passata l’estate, mi ritrovo con più tempo libero e guardando in uno dei miei hard disk, vi scorgo molti lavori fotografici che seppure importanti... sono stati messi da parte per la fretta di realizzarne altri ancora.
Da questa settimana, ogni sabato ne pubblicherò uno nel mio blog http://enzo-comindaybyday.blogspot.it perché ciascuno è un mattone che mi ha portato alla costruzione dei lavori più recenti...
La prima immagine che mostrerò sarà “Albergo al lago”, e sarà in esposizione da sabato 23 presso Villa Rubini Stringher
per l’evento WOODNESS & ART


Appuntamento, quindi, al vernissage
alle ore 18:00
sabato 23 Settembre 2017
Villa Rubini Stringher
Via Caterina Percoto, 19/a
Udine

e ogni sabato a seguire su: http://enzo-comindaybyday.blogspot.it

perché ogni mia immagine nasce dallo scambio tra più persone, in quanto proviene da fotografie di qualcun altro che costruisco nuovamente a seconda di quanto è più o meno forte l’usura della carta sulla quale erano state stampate.


01/09/17

27/11/16


Quest'estate, dopo essere stato in Francia, ho trascorso una settimana con Michele a Napoli. Anche se la città ha delle stradine dove le case danno l'idea di essere trascurate e c'è sporcizia, tutto si somma come un mosaico di immagini ben distinte e appassionanti. Ciascuno degli elementi che compone la "stradina" è un'immagine a sé stante e al contempo unita al resto; la cosa affascinante, forse unica, è che le immagini sono sovrapposte l'una all'altra con armonia - seppure trattasi di una strada sporca o comunque qualcosa che un turista ha l'abitudine di evitare...
Per il modo in cui realizzo le immagini fotografiche, è stato un grosso insegnamento che vorrei influenzasse il mio lavoro prossimo: una convivenza di molti elementi sovrapposti che sono in grado di mostrarsi appieno e in modo marcato senza apparire nascosti, parziali o poco chiari.
Lavoro alla scrittura di un film, dopo mesi la sceneggiatura è terminata. Sarà probabilmente un mediometraggio, iniziato guardando ai luoghi in cui abita Emanuele Franz e le nostre riflessioni insieme. A volte mi sembra che abbiamo simili punti di vista sulla realtà e ciò che non è realtà: lui li esprime con la parola e io in modo effimero e astratto con delle immagini; forse il film ne sarà una fusione.

Il film ha come protagonista anche la nostra regione, il Friuli, e penso che ci sia altro da scoprire nelle zone che ho meno esplorato. Per questo motivo, cerco di vivere in un alloggio, in affitto, in una qualche zona del Friuli; qualsiasi parte sarebbe un fuori programma, perché non ho mai immaginato effettivamente di decidere, desiderare di vivere nella mia regione - che per vari motivi ho sempre visto come punto di partenza e mai di arrivo... Ora sono vicino ai magredi, e da dicembre a Udine.

26/11/16


“La fotografia estesa” è la proposta di immagini fotografiche ottenute attraverso foto e pellicole non realizzate dall’autore. Come fotografo, Enzo Comin ha rinunciato alla produzione di nuovi scatti fotografici per lavorare a partire da immagini già esistenti e di cui si appropria. Per il progetto “La fotografia estesa”, Comin attinge dalle fotografie trovate nel corso degli anni per delineare il profilo di un totale altro. Partendo dal pressuposto che per “altro” si intende tutto ciò che non concerne l’identico a sé, lo si può immaginare come un processo per rappresentare la diversità nel suo significato più assoluto; anche non esistente o immaginata. Una sorta di linguaggio universale in quanto suggerisce elementi estranei all’autore ma che potrebbero essere riconoscibili da chi è totalmente altro da lui.
Se Comin è in grado di realizzare immagini che siano composte da elementi totalmente esterni da esse e da lui è perché ogni immagine già esisterebbe ed evidentemente è potenzialmente percepibile. Il punto di partenza di queste riflessioni è il riconoscere ciò che si vorrebbe fotografare nelle foto scattate in passato (anche in quelle di sconosciuti ritrovate per caso su una strada), come se ci fossero già abbastanza foto a rappresentare ogni cosa oppure che tutto sia già stato rappresentato. Infatti, nella sua professione, Comin replicava ad ogni scatto quanto era già stato visto – sia perché la foto testimonia quanto abbiamo sotto ai nostri occhi, sia perché è ogni volta una raffigurazione di una esperienza che rientra nel prevedibile, nel riscontrabile. Di conseguenza, egli smette di fare foto e il suo lavoro è un’iconografia trattata con immagini già vissute.
Il limitarsi ad immagini che già esistono, libera paradossalmente l’autore dal copiare e gli permette di far emergere qualche cosa di non visto, rimasto nascosto al momento dello scatto e che ora può scoprirsi e sorprenderci. Questo non visto, questo “altro”, non è nel semplice aggiungere o sottrare soggetti oppure nell’alterare la foto iniziale, ma nel dialogo tra questi elementi che compaiono o scompaiono e nel modo in cui le varie presenze sono tra di loro agganciate o sganciate. Pertanto, all’interno delle immagini ci sono dei componenti che in modo continuo si ripetono in ciascuna fotografia e che si possono evolvere in modo indipendente da essa come un ospite che si sposti a proprio piacimento da una foto all’altra.

In queste serie di fotografie rielaborate, la presenza umana è onnipresente perché per andare a fondo nell’alterità, lavorare sull’intimo è il modo più efficace: ecco che dai ritratti compaiono presenze aliene.

15/05/16

In questo periodo sto elaborando un testo con lo scrittore e caro amico Emanuele Franz. Sarà un soggetto che diventerà probabilmente un film. Il racconto è un allucinante viaggio, una poesia. Spero che coniughi il più possibile il suo ultimo libro, davvero molto interessante perché mi fa trovare punti di unione con diverse mie riflessioni che voglio usare per i miei progetti: "Le basi esoteriche della microbiologia".
Questo film è un esperimento di recitazione in cui il protagonista viene spinto a esternare sé stesso in un modo reale e passionale. Le persone che ne faranno parte, infatti, più che attori saranno complici in una sorta di performance artistica, degli istigatori grazie alla maschera della recitazione e all'assenza di una sceneggiatura rigida. Quello che si vuole fare, infatti, più che un film, è un nuovo modo di proporre un film. Un esperimento in quanto gli attori non sono al corrente delle varie possibilità di sviluppo della storia, seppure saranno coloro che ne decideranno la direzione.
Un particolare lungimirante è che per mettere in una forma concreta i pensieri sull'uomo, la filosofia, l'universo, la scienza contenuti nel libro, dobbiamo ricorrere alle immagini che si trovano in un suo poema di qualche anno fa, "Il risveglio del Gregorio", che mette in scena, evidentemente, degli uguali pensieri. I quali possono essere, quindi, rintracciati anche in altri testi e in altre forme. Già era successo nella mia performance di KRIPTOSCOPIA "L'ultima performance di KRIPTOSCOPIA" in cui abbiamo collaborato assieme.
Purtroppo, scopro che sarà difficile richiedere un finanziamento alla filmcommission del Friuli perché bisogna evitare scene di violenza, che nella sceneggiatura nostra, invece, sono presenti. (?)

Forse con delle scene di violenza interpretate da attori non professionisti si renderà delle immagini squallide, ma è di secondaria importanza. L'importante è che ogni emozione venga vissuta, analizzata, affrontata. Quando questo succede, allora tutto il resto va bene: sono depresso, vivo la mia depressione; sono felice, affronto la mia felicità e così via. Così saremo anche sicuri di non scimmiottare nulla. Probabilmente il film diventerà qualcosa di molto diverso da com'è sulla carta perché chi recita sarà più impegnato a tirare fuori, piuttosto, la propria paura di recitare quelle scene. E' pure questo che voglio.

27/04/16

In questo periodo in cui non ho nulla da fare, mi è capitato con più frequenza di buttare un occhio sui social e con noia ho notato che propongono i soliti contenuti di anni fa, quando ne ero un maggior utilizzatore.
Perché dovrebbero cambiare, visto che chi ne fa uso replica sempre le stesse cose?
Ora capisco quanto è azzeccato il termine profilo. Essendo un profilo, non posso che comportarmi per parametri ben delineati. Ad esempio, siccome internet lo sfrutto per l'arte quasi esclusivamente, su fb pubblico per lo più cose relative all'arte, e così via.
Le persone, quindi, sono identificabili con i contenuti che condividono e a loro volta si identificano tramite essi. Noto questa dinamica perché sono sempre interessato alla fotografia e il veicolo principale di questo genere di comunicare è l'immagine, piuttosto che il testo scritto. Qui mi interesso perché paradossalmente le persone vanno a comunicare un qualcosa che capita a loro, o descrivono come sono intimamente o le loro preferenze usando, nella quasi totalità dei casi, delle foto che non hanno fatto loro e non raffigurano loro, ma che provengono dalla rete. Un condividere foto che simboleggiano qualcosa e non rappresentano.
Vale a dire che la foto è un codice come una parola, un suono, una lettera dell'alfabeto che serve per comunicare attraverso il social, che è appunto il canale. Per dirci cose simili, mostriamo le stesse foto, addirittura scattate da qualcun altro e che usiamo perché a portata di mano. Non sono sicuro che sia da condannare o criticare come superficiale, questo mezzo di comunicazione, perché è la stessa dinamica della lingua orale e scritta; solo che si fa uso di immagini. Bisognerebbe, piuttosto, creare una cultura, un'istruzione riguardante le immagini, così che non ci si fermi al semplice e all'immediato e possano veicolare anche concetti più profondi di quelli che si riscontrano di solito; poter usare le immagini per poter parlare in modo più personale e originale di sé; comporre una poesia… Altrimenti, le immagini che uso sono intercambiabili con quelle di chiunque altro (ti presento un'altra persona al posto mio…): siamo destinati a Fahreneit 451 o al perfetto opposto?
La risposta sta nell'analizzare l'opinione diffusa che tutte le immagini che vengono condivise non vengono poi anche guardate. Tuttavia, non è che non vengano scorte, seppure molte sicuramente passano inosservate e sospinte oltre (nel "passato") dal flusso di foto, ma nel senso che non si tratta di immagini distinte. Cioè non si separano dal flusso e sono tutte in linea con uno stesso stile (come se l'autore, tra l'altro, fosse uno solo) e compongono la totalità di immagini che vediamo nel corso della nostra giornata passando così oltre come un dettaglio visto dal finestrino dell'auto in corsa. Quello che si vede dal finestrino è, infatti, sempre lo stesso, anche quando si attraversa un paesaggio mai visto prima; e infatti non captiamo queste foto come rappresentazione o analisi, ma ripetizione e copia.

Senza accorgercene si è già passati al quadro successivo.

17/04/16

Internet sta omologando a livello mondiale il modo di mostrare e quindi recepire un'immagine.
L'immagine è il canale da sempre utilizzato per facilitare il dare spiegazioni: si creano delle immagini -anche a parole- per rendere più chiaro un argomento. Quindi, è un canale privilegiato per portare informazioni in modo ampio verso gli altri - l'esterno. Avrebbe meno valenza usare internet per portare immagini dall'esterno verso l'interno per poter dialogare, come non sarebbe frequente una comunità che arricchisca il proprio linguaggio con immagini esterne dato che questo esiste già da secoli. Ecco che, allora, la comunità, anche nel piccolo, nel locale, è quella che si adatta ad un mainstream esterno, universale, per comunicare nel resto del mondo. Questo comporta l'adattarsi ad un'omologazione del linguaggio. Ma se la lingua parlata è protetta dal regionalismo e non ha esistenza in internet in quanto c'è principalmente l'inglese come lingua di scambio, le immagini invece vengono adattate e omologate a quelle già esistenti. Il mainstream di immagini, che figuro come un flusso che attraversa tutta la rete e sovrasta tutte le comunità, avrà di certo avuto un inizio; sarebbe ora di indagare per capire qual è stata la prima immagine.
E' il perfetto opposto della globalizzazione che è l'adattare al locale un prodotto multinazionale per così ricavarne una nuova fetta di mercato; creare un dialogo con quanto già esiste e favorirne la sua continuità per dare un senso di alternativa e novità al prodotto della multinazionale.
In conclusione, abbiamo un pubblico uniformato fenomenale che recepisce ed è in grado di leggere gli stessi segni, gli stessi codici: l'intera popolazione mondiale. Ancora di più, allora, e non solo in chiave filosofica o poetica ma pratica, l'artista deve pensare di proporre un'immagine che potrà essere letta dall'universo, quando sta realizzando un lavoro.
L'uomo è riuscito a creare con questo una sintesi totalizzante, ma ora questa obbliga l'umanità a delle regole precise nelle proprie azioni comunicative. Pertanto, l'immagine non deve essere più considerata come rappresentazione, ma anche come azione perché essa è realizzata attraverso uno standard dal quale ci si può scansare solo a rischio di dare vita a immagini non comprensibili.
In altre parole, è stata creata un'entità creatrice. Una forza superiore in quanto è uno statuto inviolabile; se violato forse non si fa più fotografia/arte, ma qualcos'altro.

Bisognerebbe ora capire per quale contributo optare: creare nuove immagini come se fossimo una divinità e quindi che si integrano e armonizzano al resto del creato con equilibrio e naturalezza, oppure crearne di illeggibili e inedite come un alieno e quindi che non si adattino all'ambiente e fungano da scandalo o da reazione (a mo' di rigetto).

16/04/16

Un'opera d'arte deve essere realizzata usando immagini autonome.
I lavori artistici che tollero a fatica sono quelli che presentano degli elementi (che sono/formano immagini) che per il modo in cui sono rappresentati, i materiali scelti o il soggetto, paiono comunicare direttamente al pubblico come se avessero una personalità manifesta. Il pezzo esposto al pubblico deve avere queste caratteristiche - ma qui intendo come se l'immagine avesse bisogno di uno spettatore per essere completa.
In altre parole, tollero a fatica l'immagine che viene accuratamente scelta o realizzata per compiacere il pubblico, come se ammiccasse o sorridesse, con la conseguenza di creare non un oggetto ma un soggetto. Ricordo una mostra in cui ho visto tutti i pezzi esposti con questa caratteristica: c'erano delle foto di crepe sul muro, ad esempio, e non erano fotografie innanzitutto, ma crepe sul muro, perché quelle crepe erano state scelte per degli aspetti particolari che le rendevano degne di essere notate; e questo era anche la finalità delle foto e del fotografo.
Poiché quelle crepe avevano caratteristiche che le rendevano particolari (avevano una personalità) e per questo erano state notate dal fotografo e così distinte dalle altre con uno scatto fotografico, non erano "naturali"; quindi non dovrebbero stare esposte da sole perché non comunicano nulla al di fuori di quel dare informazioni su di sé, farsi conoscere. Dipendono da un pubblico che ne prenda nota.
Perché l'opera d'arte funzioni, deve quindi essere formata da elementi autonomi; nei miei lavori io ne faccio uso: le fotografie. Uso precisamente foto che ho trovato e che appartenevano ad altri; non sarebbe la stessa cosa se utilizzassi immagini fatte da me. Una forza c'è nel realizzare un'immagine partendo dalla tela bianca e un'altra partendo da un'immagine esistente realizzata da altri e per un'altra destinazione: estrapolarne quindi alcune informazioni per una sua mutazione, un suo progresso. E' anche intrigante e più difficile, utilizzare immagini autonome. I lavori esposti in quella mostra che vidi, al massimo potrebbero essere considerati del materiale da utilizzare per realizzare delle opere d'arte.
L'immagine autonoma è un testo, quella non autonoma è un contesto. E' l'ambiente in cui l'opera verrà esposta a dover semmai trasmettere un'immagine non autonoma di sé, nel senso che non abbia una chiara personalità e riconoscibilità.
I lavori site specific, a contrario, fanno leva sul proporre un'opera che si rivelerà di non facile lettura solo perché inserita in un ambiente riconoscibile; o comunque che comunichi che ne è richiesta, una speciale lettura, perché lo spazio non ne avrebbe bisogno. L'opera d'arte, qui, conquista perché aliena.
Ammetto che sto riconsiderando il mio giudizio sui lavori site specific, il motivo è proprio perché non vengono letti come se fossero un'unica opera con l'ambiente circostante, ma sempre come degli elementi estranei all'interno di uno spazio che viene compreso senza alcuno sforzo, all'istante e quindi è, in generale, indipendente.
Per questo motivo, non trovo che bisogna cercare nuovi modi di proporre l'arte ma nuovi modi di farla.
Come un nuovo inizio, piuttosto, le opere dovrebbero essere esposte su una parete bianca, cercando l'essenza; piuttosto che pensare al site specific, bisognerebbe ispirarsi alla pinacoteca.

30/03/16

Mi candido a vari bandi, che evidentemente non leggo fino in fondo. Non potrei mai arrivare in tempo in Uruguay.



Estimado,

Este correo es para informarte que has sido seleccionado para el Portfolio Review de SAN JOSE FOTO 2016.

El mismo se llevará a cabo el día sábado 09 de Abril a las 9 hs - puntual -, en las instalaciones del Club Social San José, en San José de Mayo.

Necesitamos que nos confirmes tu participación antes del viernes 01 de Abril a las 18 hs. De no recibir tu confirmación de asistencia tu lugar quedará libre para otra persona.

También necesitamos que nos envíes tu preferencia de 5 revisores - recuerda que no podremos cumplir con los deseos de todos y en caso de que los revisores que has elegido no tengan más lugar te ubicaremos con otra persona-.

En un momento estaremos compartiendo la lista de seleccionados en nuestra web y redes sociales

Esperamos tu confirmación.

FELICITACIONES!

El equipo de SAN JOSE FOTO

--



SAN JOSE FOTO I www.sanjosefoto.uy

05/03/16

Vivo a Londra da quasi un anno. Sono tornato in Italia per alcune questioni personali che mi hanno anche costretto a declinare l'invito a prendere parte ad un workshop di Viafarini con l'artista Christian Nyampeta, per la settimana prossima, finalizzato alla realizzazione di una nuova performance. Mi rifarò alla prossima occasione.


04/10/15


Il progetto fotografico realizzato a Londra, nel corso del mio primo soggiorno in questa città, qualche anno fa, dopo molte mostre e apprezzamenti, viene esposto per la prima volta... a Londra.
Per l'occasione, nuove stampe su carta da parati/a.

http://us8.campaign-archive2.com/?u=0dc444cd2889571123eb6185e&id=8d7e4ad06d

17/05/15

Mi sono trasferito a Londra, abito in un piccolo studio e voglio trovare un lavoro. Ho portato con me delle piccole foto e video (quello che poteva stare in valigia). Oggi finalmente esco a vedere un po' di mostre.

03/05/15


Ieri si è inaugurata la mostra che ho fatto con Manuel e Eva: "Solo, in due". E' stato molto bello seguire la sensibilità e le intuizioni della curatrice per decidere e preparare l'allestimento.
Una delle cose che mi hanno rasserenato è che durante l'opening nessuno ha parlato dei miei lavori tirando fuori osservazioni sulla nostalgia, cosa che capita di frequente poiché uso fotografie provenienti dal passato. Non posso aver scelto quelle foto per nostalgia, visto che raffigurano un mondo che non ho mai vissuto... Quello che io faccio, piuttosto, è realizzare composizioni su oggetti di altre persone - e che solo per mia ricerca personale, questi oggetti sono principalmente delle foto. Precisamente, sono foto di persone che, in quasi tutti i casi, sono morte e di scene di un vissuto che non si riproporrà più in quel modo. Non solo non sono lavori fotografici per il fatto che non sono tratti da foto scattate da me, ma perché sono realizzati al fine di far emergere i miei pensieri sulla vita, la realtà e il modo di percepirla, l'ascesi. E la chiave di lettura è proprio la morte, per il motivo spiegato più sopra.
I miei lavori vengono costruiti con un'attenzione nella composizione, così da far sovrastare un aspetto decorativo, il quale però ha funzione di confondere che alla base c'è una rappresentazione di qualcosa di morto. Voglio che quelle mie immagini siano come una scatola cinese che nasconda la morte sotto una decorazione, anche piacevole; immagino quindi che per via di quest'ultima, un mio quadro venga appeso in casa dal collezionista senza che si possa decifrare la carica di oscuro e morte che vuole mettere in scena...
Credo che se si può trovare un modo per narrare la morte, allora puoi comandare anche la vita. ("narrare" perché adopero scene realmente accadute poiché provengono da foto) Creare una nuova storia, parallela a quella che si è convinti\ci convincono di animare.



19/04/15


L'opera d'arte deve dare allo spettatore - l'utilizzatore - la sensazione di stare di fronte ad un'immagine che possa essere presente nelle sue esperienze passate, nei suoi ricordi quindi. Non deve fondamentalmente documentare o suscitare qualcosa del passato ma esemplificare qualcosa che possa, in modo plausibile, esserci stato nel passato. E la sensazione, allo stesso momento, di un qualcosa di visto per la prima volta. In altre parole, dovrà poi resistere nella memoria del pubblico come un'esperienza vissuta e quindi che possa venire ripescata o citata (ricordata - anche inconsciamente) durante un'esperienza nuova, che capiterà nel futuro per poter decodificare quanto si sta vivendo.
Come a dire che lo spettatore deve riconoscersi o riconoscere qualcosa nell'opera d'arte e allo stesso tempo vi deve trovare altro che non ha mai vissuto (o visto, se si parla di arte visiva) ma a cui egli tornerà (con la mente, con le sensazioni, emozioni...) durante una qualche esperienza successiva. Deve creare, l'arte, dei futuri deja-vu; si faccia, per capire, il paragone di quando si entra in un centro storico e si ritrova la connessione (citazione) di altri antichi borghi visitati precedentemente anche se non si può sempre ricordare quali, quando e dove...
Come se fosse qualcosa che si innesta nei ricordi, che fa parte di noi ma non ne abbiamo avuto veramente esperienza. Forse, come se in realtà l'opera d'arte, seppure inedita, quando la si vede, fosse già stata goduta in un'altra occasione. Senza questa sorta di transfert, non sarebbe arte ma solo un bel lavoro.
Si dovrebbe tener conto che l'opera d'arte, e qui intendo proprio il prodotto finale (l'oggetto) deve essere considerata (perlomeno dall'artista che la intende realizzare), non come una materia inanimata ma come una persona. E come tutte le persone, anche l'opera d'arte ha le sue aspirazioni, imitazioni, emozioni, sensazioni e, specialmente, maschere. Queste sono le più immediate e necessarie da individuare perché a volte le opere d'arte sono identificabili in gruppi, in stereotipi, in comunità... Cercano di fare parte di gruppi per aumentare la forza personale o essere riconoscibili; apparire diversamente.
Togliere la maschera di un'opera d'arte, ad esempio, è un modo per permettere qualcosa che possa sorprendere.

12/04/15


Oggi andrò a prendere parte alle riprese del video per una canzone del gruppo di miei amici "Cosmic Bloom": http://www.cosmicbloomband.com/
Vacanza, quindi: sarò una comparsa che deve fare festa.

10/04/15


In questo periodo sto progettando una mostra da realizzare in dialogo con Manuel. I nostri lavori dovranno inserirsi negli spazi di un supermercato chiuso che ora viene utilizzato per eventi di questo genere. La mostra dovrà inserirsi nell'arco di tempo dei dieci giorni in cui sarò qui a Pordenone, di ritorno da Londra. Si sta sempre più delineando il mio trasferimento in uk: parto fra dieci giorni.
L'idea della mostra si regge proprio sulle sensazioni dovute al nostro vagabondare per realizzare arte. Per mendicarla.

05/04/15


Ho inaugurato all'Europalace, un hotel quattro stelle di Monfalcone, una nuova mostra. Titolo: Parata. E' una galleria di miei lavori che ho immaginato stampati su carta da parati, arredamento che pensavo proprio per l'albergo e che intendo proporre ad aziende precise. Ho esposto dei nuovi lavori appositamente stampati su carta da parati, uno di essi è lungo quasi quattro metri per poter riempire una parete del bar dell'hotel. Le immagini provengono da una pellicola che ho realizzato a Londra, durante il mio primo soggiorno in quella città, qualche anno fa. Questo lavoro l'ho scelto anche perché questa mostra è stato un saluto agli amici in vista di un mio trasferimento a Londra.
Contemporaneamente, alcuni lavori sono esposti pure nella collettiva della fondazione Caraian al museo Revoltella di Trieste. La giuria che ha selezionato i lavori mi ha assegnato anche un premio.
Ora mi sto dedicando attentamente al mio spostamento in uk.



23/03/15


Per caso, l'aver trascorso il weekend a Londra - sto per trasferirmi - mi ha spinto a riflettere sulle varie forme di vita che la fotografia può avere quando è riprodotta, quando è presente esclusivamente in internet o su un supporto digitale, quando si differenzia diventando prodotto artistico e su quanto l'immaginario dell'artista possa venire aiutato dalle nuove tecnologie. Infine, quanto internet possa amplificare o seppellire queste opportunità.
Il caso è stato ricordarmi che ho una montagna di foto che non ho ancora visto o utilizzato di Londra e che risalgono al mio precedente viaggio, quattro anni fa; inoltre, questa volta non ho scattato neanche una foto; infine, alle persone che mi avevano chiesto di scattare per loro una foto di Londra, a mo' di souvenir, e mandargliela poi via mail, ho spedito una di quelle foto mai utilizzate, di anni fa, cambiando la data di creazione del file. A parte questa esperienza spicciola, in questo periodo sto preparando una mostra, che forse farò all'Europalace hotel di Monfalcone, utilizzando degli scatti che avevo fatto a Londra in quel viaggio di quattro anni fa (con una modalità e una pellicola del tutto particolari) e che ho rielaborato a più riprese nel corso degli anni così che più che testimoniare l'esperimento londinese o quel mio soggiorno, testimoniano il mio procedere nel percorso di rielaborazione manuale e digitale delle pellicole successivo a quel viaggio.
Ma in tutto questo barcamenarsi nella fotografia, in questa libertà personale e aperta a tutti (e specialmente accessibile, all'occorrenza), si palesano, permangono le basi della fotografia?, ovvero i principi che ne determinano l'essenza, la base e che ne hanno fatto la storia.
In pratica, la fotografia esiste ancora o quella che abbiamo a disposizione attualmente ne è un surrogato?, può darsi, cioè, che non sia più tanto un mezzo per comunicare ma il messaggio vero e proprio che viene comunicato. Da intendersi come se la fotografia fosse una struttura di simboli che viene ereditata da generazione in generazione (di fotografi e di tecnologia per fotografare) di cui si ha solo la parvenza del significato che aveva all'inizio e che oggi è stata in realtà sostituita da qualcos'altro. Come gli elementi estetici dei greci che venivano ripetuti dai romani senza che questi ne riconoscessero il significato profondo.

20/02/15

Dear Enzo Comin,


Thank you for applying for the Ansel Adams Research Fellowship to further your photographic projects.

The committee enjoyed reading your proposal and appreciates the thoughtfulness and effort that so clearly went into drafting it. Despite the merits, your project was not awarded a fellowship. This year it was particularly hard for the Committee to make its decision given a record number of applicants.

All of the committee members wish you the best of luck with your research.


Sincerely,

Leslie Squyres

Leslie Squyres
Director of the Volkerding Center for Research & Academic Programs
Center for Creative Photography
University of Arizona
1030 N. Olive Road
P.O. Box 210103
Tucson, AZ 85721-0103
520-621-6273

17/12/14


Every action is acted out as if it were part of a performance which is, at the same time, personal and collective; as a consequence, every photograph captures a moment of that performance.
Absolute photography is not about documenting a face through pictures taken every day; on the contrary, it is about an individual who has been concealed to sight since the day he was born and who shows himself to others –throughout his life– exclusively through photographs. In other words, that is how pictures could properly bear witness to absence, since –in photography– the concept of presence has a negative meaning. This amounts to saying that, without absence, photography could exist only in part; it is like the colour black, which is present in every other colour but –at the same time– can be seen only when all the other colours are absent. The proof is that the individual who lends himself to the fulfillment of absolute photography can give a concrete proof of himself only at the very moment when (his) life is denied: death.
Paradoxically, the conflict between presence and absence in photography can be solved by taking pictures of something that does not exist, a figment of the imagination – with the same kind of freedom which usually belongs to forms of art like painting and drawing.
It is here that my work as a photographer comes into play: turning pictures of real subjects into something absurd and unreal by losing the ability to portray, witness, describe, illustrate.
This is possible only if we separate the image from the picture: what we obtain is a series of objects which are independent from photography and, conceptually, “unphotographable”.
To think that reality is what we see in a picture is the easiest and most commonly accepted solution; yet, it is the result of a psychic distortion.
What we have here, instead, is the chance to create images that are the outcome of other images (that is, images that are not real but imagined); to show something which is totally absent.
This reflection –which is a short explanation of photography in general and of my work as a photographer in particular– is, essentially, a somewhat messy approach to the concept of image we are fed everyday, and the reason is that the way we are taught to look at reality is aberrant and one-dimensional.
As a consequence, we are mentally bound to a distorted idea of the use of the image and of its function – and, therefore, of photography (because the boundaries between ideal and real are so vague); yet, we are so deeply linked to this idea of photography (because that is what we are taught) that we assume it to be real just as we do for any other optical illusion.
The perfect conclusion for this paradox would be to invent an absolute camera: a device that, with every shot, replicates the same image over and over. This would be the only exhaustive role for photography: to endlessly reproduce itself.
The main issue, therefore, is how we aesthetically relate to reality; in other words, to admit that every aspect of a relationship (with reality, with the others) is a representation which would cease to be so if only we gave up conventions.
Yet, if this were possible, new conventions would arise which, in turn, would shape other representations; and since it is not possible for us not to create representations and, therefore, to see reality differently than in the aforementioned one-dimensional way, our use of photography can be all but partial.
As a consequence, we are not able to understand the positive way in which photography interferes with our conventions... Photography is somewhat of an alien.



The ambition to bring an image to a further, successive level implies the creation of new perceptual realities. Every action undertaken in this light increases the difference between the future condition of the image and its initial appearance  – what we can define as “model” or “prototype”.
The result of this kind of work should be seen as an enhancement that I achieve by editing the image: by overloading it with –or depriving it of– information.
Theoretically speaking, this process can be compared to overwriting the initial –primitive and less evolved– image with data which resembles that already existing on it but which is meant to be its evolution.
We are mistaken if we think that a photograph can seize a portion of reality in an image (despite the fact that our perception is not able to grasp it and, therefore, to assert its existence); we are mistaken if we think that we can even freeze an image in a precise moment of its existence (of its progressive aging –of matter and meaning– and of its position in the context) and deny it its own history.
In my work, on the contrary, I try to force this common fate of the image.
It could be said that, when I edit an image, on the one hand I try to dismantle and erase its apparent qualities – as if I needed to turn it upside down and recreate it from scratch; on the other, I try to bring it up to date (even only just to test reality or our personal perception of it) to help people recognize it in/for the present.
Sometimes I’m afraid I might be obsessed with photography, but then I realise that photographs (and here I mean prints exclusively) are not static images; on the contrary, they are constantly in motion. Pictures are living things, creatures, almost animals: full of expression (personality, I dare say), growth, cycles, chemical reactions and mistakes that can not be corrected. More than other –more static– form of arts (like painting), more than digital products, computers or sci-fi robots, photographs can be treated as another living species.

30/11/14


Domani parto per Zurigo, dove mi fermerò per un mese, per una residenza per artisti.
Coincidenza, oggi un amico di Zurigo, un artista che stimo molto, Andreas Heusser, finalmente ha lanciato e fatto conoscere il suo nuovo progetto: il No Show Museum. Un museo dedicato al nulla, in cui verrà trattato il nulla. Precisamente i lavori che trattano questo argomento... molto profondo, ma vuoto.
Vuoto nel senso che non ci sarà nulla (ben poco) da mostrare e da vedere in quello spazio, quando inaugurerà in aprile. Scoprendolo, mi sono accorto che in questo caso il tempo di visita ad una mostra dovrà venire rinegoziato. 
Di solito, il fruitore di un'esposizione d'arte è superiore all'artista perché se io impiego una settimana per produrre un'immagine fotografica o un mese per un dipinto, al visitatore basterà uno sguardo per poi passare ad altro. Oppure se registro 5 minuti di video e poi proietto questi 5 minuti, lo spettatore vedrà il video spendendo 5 minuti, come chi l'ha realizzato. Nel caso del No Show Museum, il visitatore perde, perché andando a quella mostra troverà delle opere che sono state realizzate impiegando 0 minuti. O perlomeno il loro allestimento.

28/11/14


La fotografia deve essere un'immagine adoperata. Ovvero, deve avere un aspetto di oggetto usato senza alcuna traccia di nitore. Le foto sono sempre esistite come souvenir che le persone si portano appresso lungo la vita, quindi è bene che trasmettano questo senso di usura. L'immagine "più fotografica" è pertanto quella che mostra consunzione o filtri come le vecchie foto oppure la stampa grossolana su un quotidiano.
Questo mette in scena il paradosso che secondo me sta nel cuore della foto e che è al centro pure della mia ricerca. Precisamente, la foto è foto quando non è chiara (a causa della consunzione o della mediocrità della qualità) eppure la sua funzione è in teoria quella di essere chiara. Specialmente se si considera che in conseguenza a questa funzione ha sostituito la pittura.
Quello che intenderei fare è esporre due copie della stessa foto, di cui una è preservata in modo scrupoloso come si fa con le piante o gli animali imbalsamati al museo e l'altra successivamente alla sua fruizione nel corso di una vita. E quindi consunta, maneggiata. Quelle che sto producendo in questo momento, sono immagini che contengono entrambi questi aspetti in un unica composizione.
Quindi, abbiamo due punti che entrano in contraddizione: la funzione della foto, che la pretende e la produce nitida per poter trasmettere la realtà in modo pulito, e la sua esistenza, che la pretende e la produce spuria, conseguenza dell'uso. Nessun'altra arte è così, non trovando contraddizione: la scultura del Michelangelo o del Canova, seppure di marmo ti suggerisce che la superficie del soggetto rappresentato sia morbida e consistente come la carne; la pittura testimonia ma mantenendo presente quello che fa la pittura, cioè l'interpretazione del pittore. La fotografia, invece, si porta appresso questa dicotomia perché è nata non pensando all'arte, è nata come oggetto di uso quotidiano. Il fatto di pensarla come medium artistico è conseguente al suo essere immagine; cosa che potrebbe essere equiparata alla filatelia o alla numismatica, eccetto per una capacità che la distingue da tutto: l'immagine la puoi produrre da te. E questa produzione avviene in modo automatico e istantaneo, con una macchina, senza cioè lo studio e l'applicazione dell'arte o della scultura ma con il semplice premere un pulsante.
Allora, forse, la fotografia non è arte ma lo è semmai l'uso che se ne fa. L'arte della fotografia non sta nello scatto ma nel modo in cui si utilizzerà il prodotto di quello scatto. Ovviamente non è (sempre) così, perché può esistere un'intenzionalità nel modo in cui fare lo scatto; ma non nasconde che la natura della fotografia non è quella artistica, e quindi paradossalmente non è di essere contemplata, ma di uso quotidiano, quindi è di essere usata.
A causa di queste riflessioni, se dovessi guardare all'attuale produzione nella fotografia non vi troverei alcuna direzione. E' un errore o diventa qualcos'altro quando lo scatto fotografico viene stampato ed esposto allo scopo di essere contemplato. Ma essendo la natura della fotografia contenente un paradosso, è inevitabile che essa non possa suscitare un'ambizione decisa. Voglio che con il mio prossimo lavoro, che è gestito anche da queste riflessioni, si possa finalmente affermare: ecco questa è la fotografia; e allo stesso modo che si possa affermare: ecco questa foto non è una foto. -perché soppesa ed equilibra entrambe le forze-

26/11/14


Continuerò a seguire l'arte italiana del Novecento perché è quella che contribuisce ai maggiori passi avanti nei miei ultimi lavori. Anche in vista delle nuove immagini che intendo realizzare durante la mia prossima residenza a Zurigo. L'interno che invade la scena.


18/08/14


Sono stato a lungo assente perché ero in viaggio. Ho portato con me la reflex digitale, e come temevo mi ha annoiato usarla. Stavolta, mi sono accorto che questo dipendeva anche da un elemento nuovo che non avevo mai considerato finora: scattando molte foto con la digitale non faccio mai foto singole, ma per ogni soggetto che scelgo ne ottengo sempre una serie.

A dire il vero, ogni foto che ci viene offerta dai media è sempre in serie. Tutt'altro che annoiarmi, mi sorprende la foto che trovo per terra, perché mi mostra un momento di qualcosa di totalmente non raccontato e che oltre quello scatto, allo stesso modo, non conoscerò il proseguimento. Un po' capita con la foto a pellicola, specie per le pellicole che non sviluppo se non dopo mesi o anni e quindi di cui ho scordato il contenuto...
Mi sono incontrato con Michele e Sissi per una nuova performance, un rituale che metta in scena ciò che di intimo ci ha unito in questo anno di Kriptoscopia. Mi sono incontrato con Davide per un progetto video da proporre al concorso di ViaFarini. Sto pensando ad un progetto da realizzare a Zurigo perché mi hanno invitato per un paio di mese i tipi della residenza di due anni fa.


02/07/14

Le ultime riflessioni fatte sulla fotografia digitale, mi hanno fatto accorgere che io non la posso produrre perché ho il computer rotto, mentre un mio amico, per nulla esperto in materia, può tranquillamente ritoccare tutte le foto souvenir del suo ultimo viaggio. Questo strano paradosso, mi ha fatto pensare che solitamente il ritocco nella fotografia non ha fatto riformulare il concetto di fotografia, come invece è successo in altri settori che hanno a loro volta introdotto il digitale. Evidentemente, la fotografia rappresenta quello che viene considerato come il reale, che, seppure dovrebbe essere indiscutibile, è comunque sempre un punto di vista soggettivo, e quindi il ritocco fotografico può avvenire in un modo abbastanza libero da regole. E quel che è più rilevante, senza ancora alcuna posizione sull'accettabilità o no di un'immagine ritoccata. Così, è accettata la foto di un soggetto che viene completamente ritoccato o un collage di varie foto, proprio come se fosse un normale scatto.
Se è così diffuso il ritocco nella fotografia, come facciamo a credere ancora alla sua onestà nel testimoniare la realtà? Non ha senso, visto che molte altre tecnolgie sono state allontanate non appena si è scoperto che non riproducevano al meglio le cose come stanno: ad esempio, per il suono, gli strumenti più aggiornati prendevano posto di quelli precedenti che così sparivano poiché proponevano un suono che, con le macchine successive, veniva scoperto sporco e quindi inaccettabile... La risposta è, secondo me, che la fotografia ha a che fare con qualcosa di molto intimo, quotidiano per noi.
Non lo so, a questo punto del ragionamento mi perdo; perché è come se sapessimo tutti, visto che teniamo in considerazione che una foto non sia affidabile, che la realtà che vi troviamo raffigurata sia fittizzia. E allora perché non rigettiamo la fotografia? Credo che bisogna inziare anche qui a fare un po' di ordine. La foto può essere una bugia, ma anche oggettiva realtà: dove individuare il confine? Proviamo un esempio: anche la parola, come la foto, è un canale per comunicare, e con le parole infatti posso trasmettere una cosa totalmente inventata come raccontare un evento come effettivamente è accaduto. Però, anche quest'ultimo subirà l'interpretazione personale essendone io l'autore.
Devo confessare che all'avvento del digitale mi ero convinto che tutte queste osservazioni sarebbero finalmente svanite perché la foto sarebbe stata prodotta principalmente dall'azione di un software, e quindi avremmo avuto delle immagini di momenti proprio così come appaiono davanti ai nostri occhi. Ma queste cose si sarebbero risolte, effettivamente, se anche noi avessimo nella mente lo stesso software per leggere l'immagine. Una volta, avevo pensato di poter sbrogliare tutto ciò costruendo una macchina fotografica che facesse delle foto proprio come è la realtà senza alcun filtro fotografico. Per i meno esperti, bisogna precisare che le lenti degli obiettivi delle fotocamere sono preparate in modo tale che l'immagine prodotta venga fuori identica al modo in cui la media delle persone vede: l'occhio umano vede non obiettivamente come è la realtà e quindi le lenti devono creare le giuste aberrazioni altrimenti il prodotto della foto sarebbe per noi diverso da come vediamo (inaccettabile oppure non percepibile (?)). Ma ho rinunciato a questa idea, non sapendo proprio come è la realtà vista in modo oggettivo e non attraverso il mio occhio. Qui come vedono altre creature: 
http://www.focus.it/ambiente/animali/Come_vedono_gli_animali_C12.aspx