18/09/17


Aprire un hard disk è come aprire uno di quei cassetti dove si butta dentro tutto ciò che non è di immediato utilizzo. Passata l’estate, mi ritrovo con più tempo libero e guardando in uno dei miei hard disk, vi scorgo molti lavori fotografici che seppure importanti... sono stati messi da parte per la fretta di realizzarne altri ancora.
Da questa settimana, ogni sabato ne pubblicherò uno nel mio blog http://enzo-comindaybyday.blogspot.it perché ciascuno è un mattone che mi ha portato alla costruzione dei lavori più recenti...
La prima immagine che mostrerò sarà “Albergo al lago”, e sarà in esposizione da sabato 23 presso Villa Rubini Stringher
per l’evento WOODNESS & ART


Appuntamento, quindi, al vernissage
alle ore 18:00
sabato 23 Settembre 2017
Villa Rubini Stringher
Via Caterina Percoto, 19/a
Udine

e ogni sabato a seguire su: http://enzo-comindaybyday.blogspot.it

perché ogni mia immagine nasce dallo scambio tra più persone, in quanto proviene da fotografie di qualcun altro che costruisco nuovamente a seconda di quanto è più o meno forte l’usura della carta sulla quale erano state stampate.


01/09/17

Le riprese del film sono iniziate
ildisgusto.yolasite.com

27/11/16


Quest'estate, dopo essere stato in Francia, ho trascorso una settimana con Michele a Napoli. Anche se la città ha delle stradine dove le case danno l'idea di essere trascurate e c'è sporcizia, tutto si somma come un mosaico di immagini ben distinte e appassionanti. Ciascuno degli elementi che compone la "stradina" è un'immagine a sé stante e al contempo unita al resto; la cosa affascinante, forse unica, è che le immagini sono sovrapposte l'una all'altra con armonia - seppure trattasi di una strada sporca o comunque qualcosa che un turista ha l'abitudine di evitare...
Per il modo in cui realizzo le immagini fotografiche, è stato un grosso insegnamento che vorrei influenzasse il mio lavoro prossimo: una convivenza di molti elementi sovrapposti che sono in grado di mostrarsi appieno e in modo marcato senza apparire nascosti, parziali o poco chiari.
Lavoro alla scrittura di un film, dopo mesi la sceneggiatura è terminata. Sarà probabilmente un mediometraggio, iniziato guardando ai luoghi in cui abita Emanuele Franz e le nostre riflessioni insieme. A volte mi sembra che abbiamo simili punti di vista sulla realtà e ciò che non è realtà: lui li esprime con la parola e io in modo effimero e astratto con delle immagini; forse il film ne sarà una fusione.

Il film ha come protagonista anche la nostra regione, il Friuli, e penso che ci sia altro da scoprire nelle zone che ho meno esplorato. Per questo motivo, cerco di vivere in un alloggio, in affitto, in una qualche zona del Friuli; qualsiasi parte sarebbe un fuori programma, perché non ho mai immaginato effettivamente di decidere, desiderare di vivere nella mia regione - che per vari motivi ho sempre visto come punto di partenza e mai di arrivo... Ora sono vicino ai magredi, e da dicembre a Udine.

26/11/16


“La fotografia estesa” è la proposta di immagini fotografiche ottenute attraverso foto e pellicole non realizzate dall’autore. Come fotografo, Enzo Comin ha rinunciato alla produzione di nuovi scatti fotografici per lavorare a partire da immagini già esistenti e di cui si appropria. Per il progetto “La fotografia estesa”, Comin attinge dalle fotografie trovate nel corso degli anni per delineare il profilo di un totale altro. Partendo dal pressuposto che per “altro” si intende tutto ciò che non concerne l’identico a sé, lo si può immaginare come un processo per rappresentare la diversità nel suo significato più assoluto; anche non esistente o immaginata. Una sorta di linguaggio universale in quanto suggerisce elementi estranei all’autore ma che potrebbero essere riconoscibili da chi è totalmente altro da lui.
Se Comin è in grado di realizzare immagini che siano composte da elementi totalmente esterni da esse e da lui è perché ogni immagine già esisterebbe ed evidentemente è potenzialmente percepibile. Il punto di partenza di queste riflessioni è il riconoscere ciò che si vorrebbe fotografare nelle foto scattate in passato (anche in quelle di sconosciuti ritrovate per caso su una strada), come se ci fossero già abbastanza foto a rappresentare ogni cosa oppure che tutto sia già stato rappresentato. Infatti, nella sua professione, Comin replicava ad ogni scatto quanto era già stato visto – sia perché la foto testimonia quanto abbiamo sotto ai nostri occhi, sia perché è ogni volta una raffigurazione di una esperienza che rientra nel prevedibile, nel riscontrabile. Di conseguenza, egli smette di fare foto e il suo lavoro è un’iconografia trattata con immagini già vissute.
Il limitarsi ad immagini che già esistono, libera paradossalmente l’autore dal copiare e gli permette di far emergere qualche cosa di non visto, rimasto nascosto al momento dello scatto e che ora può scoprirsi e sorprenderci. Questo non visto, questo “altro”, non è nel semplice aggiungere o sottrare soggetti oppure nell’alterare la foto iniziale, ma nel dialogo tra questi elementi che compaiono o scompaiono e nel modo in cui le varie presenze sono tra di loro agganciate o sganciate. Pertanto, all’interno delle immagini ci sono dei componenti che in modo continuo si ripetono in ciascuna fotografia e che si possono evolvere in modo indipendente da essa come un ospite che si sposti a proprio piacimento da una foto all’altra.

In queste serie di fotografie rielaborate, la presenza umana è onnipresente perché per andare a fondo nell’alterità, lavorare sull’intimo è il modo più efficace: ecco che dai ritratti compaiono presenze aliene.

15/05/16

In questo periodo sto elaborando un testo con lo scrittore e caro amico Emanuele Franz. Sarà un soggetto che diventerà probabilmente un film. Il racconto è un allucinante viaggio, una poesia. Spero che coniughi il più possibile il suo ultimo libro, davvero molto interessante perché mi fa trovare punti di unione con diverse mie riflessioni che voglio usare per i miei progetti: "Le basi esoteriche della microbiologia".
Questo film è un esperimento di recitazione in cui il protagonista viene spinto a esternare sé stesso in un modo reale e passionale. Le persone che ne faranno parte, infatti, più che attori saranno complici in una sorta di performance artistica, degli istigatori grazie alla maschera della recitazione e all'assenza di una sceneggiatura rigida. Quello che si vuole fare, infatti, più che un film, è un nuovo modo di proporre un film. Un esperimento in quanto gli attori non sono al corrente delle varie possibilità di sviluppo della storia, seppure saranno coloro che ne decideranno la direzione.
Un particolare lungimirante è che per mettere in una forma concreta i pensieri sull'uomo, la filosofia, l'universo, la scienza contenuti nel libro, dobbiamo ricorrere alle immagini che si trovano in un suo poema di qualche anno fa, "Il risveglio del Gregorio", che mette in scena, evidentemente, degli uguali pensieri. I quali possono essere, quindi, rintracciati anche in altri testi e in altre forme. Già era successo nella mia performance di KRIPTOSCOPIA "L'ultima performance di KRIPTOSCOPIA" in cui abbiamo collaborato assieme.
Purtroppo, scopro che sarà difficile richiedere un finanziamento alla filmcommission del Friuli perché bisogna evitare scene di violenza, che nella sceneggiatura nostra, invece, sono presenti. (?)

Forse con delle scene di violenza interpretate da attori non professionisti si renderà delle immagini squallide, ma è di secondaria importanza. L'importante è che ogni emozione venga vissuta, analizzata, affrontata. Quando questo succede, allora tutto il resto va bene: sono depresso, vivo la mia depressione; sono felice, affronto la mia felicità e così via. Così saremo anche sicuri di non scimmiottare nulla. Probabilmente il film diventerà qualcosa di molto diverso da com'è sulla carta perché chi recita sarà più impegnato a tirare fuori, piuttosto, la propria paura di recitare quelle scene. E' pure questo che voglio.

27/04/16

In questo periodo in cui non ho nulla da fare, mi è capitato con più frequenza di buttare un occhio sui social e con noia ho notato che propongono i soliti contenuti di anni fa, quando ne ero un maggior utilizzatore.
Perché dovrebbero cambiare, visto che chi ne fa uso replica sempre le stesse cose?
Ora capisco quanto è azzeccato il termine profilo. Essendo un profilo, non posso che comportarmi per parametri ben delineati. Ad esempio, siccome internet lo sfrutto per l'arte quasi esclusivamente, su fb pubblico per lo più cose relative all'arte, e così via.
Le persone, quindi, sono identificabili con i contenuti che condividono e a loro volta si identificano tramite essi. Noto questa dinamica perché sono sempre interessato alla fotografia e il veicolo principale di questo genere di comunicare è l'immagine, piuttosto che il testo scritto. Qui mi interesso perché paradossalmente le persone vanno a comunicare un qualcosa che capita a loro, o descrivono come sono intimamente o le loro preferenze usando, nella quasi totalità dei casi, delle foto che non hanno fatto loro e non raffigurano loro, ma che provengono dalla rete. Un condividere foto che simboleggiano qualcosa e non rappresentano.
Vale a dire che la foto è un codice come una parola, un suono, una lettera dell'alfabeto che serve per comunicare attraverso il social, che è appunto il canale. Per dirci cose simili, mostriamo le stesse foto, addirittura scattate da qualcun altro e che usiamo perché a portata di mano. Non sono sicuro che sia da condannare o criticare come superficiale, questo mezzo di comunicazione, perché è la stessa dinamica della lingua orale e scritta; solo che si fa uso di immagini. Bisognerebbe, piuttosto, creare una cultura, un'istruzione riguardante le immagini, così che non ci si fermi al semplice e all'immediato e possano veicolare anche concetti più profondi di quelli che si riscontrano di solito; poter usare le immagini per poter parlare in modo più personale e originale di sé; comporre una poesia… Altrimenti, le immagini che uso sono intercambiabili con quelle di chiunque altro (ti presento un'altra persona al posto mio…): siamo destinati a Fahreneit 451 o al perfetto opposto?
La risposta sta nell'analizzare l'opinione diffusa che tutte le immagini che vengono condivise non vengono poi anche guardate. Tuttavia, non è che non vengano scorte, seppure molte sicuramente passano inosservate e sospinte oltre (nel "passato") dal flusso di foto, ma nel senso che non si tratta di immagini distinte. Cioè non si separano dal flusso e sono tutte in linea con uno stesso stile (come se l'autore, tra l'altro, fosse uno solo) e compongono la totalità di immagini che vediamo nel corso della nostra giornata passando così oltre come un dettaglio visto dal finestrino dell'auto in corsa. Quello che si vede dal finestrino è, infatti, sempre lo stesso, anche quando si attraversa un paesaggio mai visto prima; e infatti non captiamo queste foto come rappresentazione o analisi, ma ripetizione e copia.

Senza accorgercene si è già passati al quadro successivo.

17/04/16

Internet sta omologando a livello mondiale il modo di mostrare e quindi recepire un'immagine.
L'immagine è il canale da sempre utilizzato per facilitare il dare spiegazioni: si creano delle immagini -anche a parole- per rendere più chiaro un argomento. Quindi, è un canale privilegiato per portare informazioni in modo ampio verso gli altri - l'esterno. Avrebbe meno valenza usare internet per portare immagini dall'esterno verso l'interno per poter dialogare, come non sarebbe frequente una comunità che arricchisca il proprio linguaggio con immagini esterne dato che questo esiste già da secoli. Ecco che, allora, la comunità, anche nel piccolo, nel locale, è quella che si adatta ad un mainstream esterno, universale, per comunicare nel resto del mondo. Questo comporta l'adattarsi ad un'omologazione del linguaggio. Ma se la lingua parlata è protetta dal regionalismo e non ha esistenza in internet in quanto c'è principalmente l'inglese come lingua di scambio, le immagini invece vengono adattate e omologate a quelle già esistenti. Il mainstream di immagini, che figuro come un flusso che attraversa tutta la rete e sovrasta tutte le comunità, avrà di certo avuto un inizio; sarebbe ora di indagare per capire qual è stata la prima immagine.
E' il perfetto opposto della globalizzazione che è l'adattare al locale un prodotto multinazionale per così ricavarne una nuova fetta di mercato; creare un dialogo con quanto già esiste e favorirne la sua continuità per dare un senso di alternativa e novità al prodotto della multinazionale.
In conclusione, abbiamo un pubblico uniformato fenomenale che recepisce ed è in grado di leggere gli stessi segni, gli stessi codici: l'intera popolazione mondiale. Ancora di più, allora, e non solo in chiave filosofica o poetica ma pratica, l'artista deve pensare di proporre un'immagine che potrà essere letta dall'universo, quando sta realizzando un lavoro.
L'uomo è riuscito a creare con questo una sintesi totalizzante, ma ora questa obbliga l'umanità a delle regole precise nelle proprie azioni comunicative. Pertanto, l'immagine non deve essere più considerata come rappresentazione, ma anche come azione perché essa è realizzata attraverso uno standard dal quale ci si può scansare solo a rischio di dare vita a immagini non comprensibili.
In altre parole, è stata creata un'entità creatrice. Una forza superiore in quanto è uno statuto inviolabile; se violato forse non si fa più fotografia/arte, ma qualcos'altro.

Bisognerebbe ora capire per quale contributo optare: creare nuove immagini come se fossimo una divinità e quindi che si integrano e armonizzano al resto del creato con equilibrio e naturalezza, oppure crearne di illeggibili e inedite come un alieno e quindi che non si adattino all'ambiente e fungano da scandalo o da reazione (a mo' di rigetto).

16/04/16

Un'opera d'arte deve essere realizzata usando immagini autonome.
I lavori artistici che tollero a fatica sono quelli che presentano degli elementi (che sono/formano immagini) che per il modo in cui sono rappresentati, i materiali scelti o il soggetto, paiono comunicare direttamente al pubblico come se avessero una personalità manifesta. Il pezzo esposto al pubblico deve avere queste caratteristiche - ma qui intendo come se l'immagine avesse bisogno di uno spettatore per essere completa.
In altre parole, tollero a fatica l'immagine che viene accuratamente scelta o realizzata per compiacere il pubblico, come se ammiccasse o sorridesse, con la conseguenza di creare non un oggetto ma un soggetto. Ricordo una mostra in cui ho visto tutti i pezzi esposti con questa caratteristica: c'erano delle foto di crepe sul muro, ad esempio, e non erano fotografie innanzitutto, ma crepe sul muro, perché quelle crepe erano state scelte per degli aspetti particolari che le rendevano degne di essere notate; e questo era anche la finalità delle foto e del fotografo.
Poiché quelle crepe avevano caratteristiche che le rendevano particolari (avevano una personalità) e per questo erano state notate dal fotografo e così distinte dalle altre con uno scatto fotografico, non erano "naturali"; quindi non dovrebbero stare esposte da sole perché non comunicano nulla al di fuori di quel dare informazioni su di sé, farsi conoscere. Dipendono da un pubblico che ne prenda nota.
Perché l'opera d'arte funzioni, deve quindi essere formata da elementi autonomi; nei miei lavori io ne faccio uso: le fotografie. Uso precisamente foto che ho trovato e che appartenevano ad altri; non sarebbe la stessa cosa se utilizzassi immagini fatte da me. Una forza c'è nel realizzare un'immagine partendo dalla tela bianca e un'altra partendo da un'immagine esistente realizzata da altri e per un'altra destinazione: estrapolarne quindi alcune informazioni per una sua mutazione, un suo progresso. E' anche intrigante e più difficile, utilizzare immagini autonome. I lavori esposti in quella mostra che vidi, al massimo potrebbero essere considerati del materiale da utilizzare per realizzare delle opere d'arte.
L'immagine autonoma è un testo, quella non autonoma è un contesto. E' l'ambiente in cui l'opera verrà esposta a dover semmai trasmettere un'immagine non autonoma di sé, nel senso che non abbia una chiara personalità e riconoscibilità.
I lavori site specific, a contrario, fanno leva sul proporre un'opera che si rivelerà di non facile lettura solo perché inserita in un ambiente riconoscibile; o comunque che comunichi che ne è richiesta, una speciale lettura, perché lo spazio non ne avrebbe bisogno. L'opera d'arte, qui, conquista perché aliena.
Ammetto che sto riconsiderando il mio giudizio sui lavori site specific, il motivo è proprio perché non vengono letti come se fossero un'unica opera con l'ambiente circostante, ma sempre come degli elementi estranei all'interno di uno spazio che viene compreso senza alcuno sforzo, all'istante e quindi è, in generale, indipendente.
Per questo motivo, non trovo che bisogna cercare nuovi modi di proporre l'arte ma nuovi modi di farla.
Come un nuovo inizio, piuttosto, le opere dovrebbero essere esposte su una parete bianca, cercando l'essenza; piuttosto che pensare al site specific, bisognerebbe ispirarsi alla pinacoteca.

30/03/16

Mi candido a vari bandi, che evidentemente non leggo fino in fondo. Non potrei mai arrivare in tempo in Uruguay.



Estimado,

Este correo es para informarte que has sido seleccionado para el Portfolio Review de SAN JOSE FOTO 2016.

El mismo se llevará a cabo el día sábado 09 de Abril a las 9 hs - puntual -, en las instalaciones del Club Social San José, en San José de Mayo.

Necesitamos que nos confirmes tu participación antes del viernes 01 de Abril a las 18 hs. De no recibir tu confirmación de asistencia tu lugar quedará libre para otra persona.

También necesitamos que nos envíes tu preferencia de 5 revisores - recuerda que no podremos cumplir con los deseos de todos y en caso de que los revisores que has elegido no tengan más lugar te ubicaremos con otra persona-.

En un momento estaremos compartiendo la lista de seleccionados en nuestra web y redes sociales

Esperamos tu confirmación.

FELICITACIONES!

El equipo de SAN JOSE FOTO

--



SAN JOSE FOTO I www.sanjosefoto.uy

05/03/16

Vivo a Londra da quasi un anno. Sono tornato in Italia per alcune questioni personali che mi hanno anche costretto a declinare l'invito a prendere parte ad un workshop di Viafarini con l'artista Christian Nyampeta, per la settimana prossima, finalizzato alla realizzazione di una nuova performance. Mi rifarò alla prossima occasione.


04/10/15


Il progetto fotografico realizzato a Londra, nel corso del mio primo soggiorno in questa città, qualche anno fa, dopo molte mostre e apprezzamenti, viene esposto per la prima volta... a Londra.
Per l'occasione, nuove stampe su carta da parati/a.

http://us8.campaign-archive2.com/?u=0dc444cd2889571123eb6185e&id=8d7e4ad06d

17/05/15

Mi sono trasferito a Londra, abito in un piccolo studio e voglio trovare un lavoro. Ho portato con me delle piccole foto e video (quello che poteva stare in valigia). Oggi finalmente esco a vedere un po' di mostre.

03/05/15


Ieri si è inaugurata la mostra che ho fatto con Manuel e Eva: "Solo, in due". E' stato molto bello seguire la sensibilità e le intuizioni della curatrice per decidere e preparare l'allestimento.
Una delle cose che mi hanno rasserenato è che durante l'opening nessuno ha parlato dei miei lavori tirando fuori osservazioni sulla nostalgia, cosa che capita di frequente poiché uso fotografie provenienti dal passato. Non posso aver scelto quelle foto per nostalgia, visto che raffigurano un mondo che non ho mai vissuto... Quello che io faccio, piuttosto, è realizzare composizioni su oggetti di altre persone - e che solo per mia ricerca personale, questi oggetti sono principalmente delle foto. Precisamente, sono foto di persone che, in quasi tutti i casi, sono morte e di scene di un vissuto che non si riproporrà più in quel modo. Non solo non sono lavori fotografici per il fatto che non sono tratti da foto scattate da me, ma perché sono realizzati al fine di far emergere i miei pensieri sulla vita, la realtà e il modo di percepirla, l'ascesi. E la chiave di lettura è proprio la morte, per il motivo spiegato più sopra.
I miei lavori vengono costruiti con un'attenzione nella composizione, così da far sovrastare un aspetto decorativo, il quale però ha funzione di confondere che alla base c'è una rappresentazione di qualcosa di morto. Voglio che quelle mie immagini siano come una scatola cinese che nasconda la morte sotto una decorazione, anche piacevole; immagino quindi che per via di quest'ultima, un mio quadro venga appeso in casa dal collezionista senza che si possa decifrare la carica di oscuro e morte che vuole mettere in scena...
Credo che se si può trovare un modo per narrare la morte, allora puoi comandare anche la vita. ("narrare" perché adopero scene realmente accadute poiché provengono da foto) Creare una nuova storia, parallela a quella che si è convinti\ci convincono di animare.



19/04/15


L'opera d'arte deve dare allo spettatore - l'utilizzatore - la sensazione di stare di fronte ad un'immagine che possa essere presente nelle sue esperienze passate, nei suoi ricordi quindi. Non deve fondamentalmente documentare o suscitare qualcosa del passato ma esemplificare qualcosa che possa, in modo plausibile, esserci stato nel passato. E la sensazione, allo stesso momento, di un qualcosa di visto per la prima volta. In altre parole, dovrà poi resistere nella memoria del pubblico come un'esperienza vissuta e quindi che possa venire ripescata o citata (ricordata - anche inconsciamente) durante un'esperienza nuova, che capiterà nel futuro per poter decodificare quanto si sta vivendo.
Come a dire che lo spettatore deve riconoscersi o riconoscere qualcosa nell'opera d'arte e allo stesso tempo vi deve trovare altro che non ha mai vissuto (o visto, se si parla di arte visiva) ma a cui egli tornerà (con la mente, con le sensazioni, emozioni...) durante una qualche esperienza successiva. Deve creare, l'arte, dei futuri deja-vu; si faccia, per capire, il paragone di quando si entra in un centro storico e si ritrova la connessione (citazione) di altri antichi borghi visitati precedentemente anche se non si può sempre ricordare quali, quando e dove...
Come se fosse qualcosa che si innesta nei ricordi, che fa parte di noi ma non ne abbiamo avuto veramente esperienza. Forse, come se in realtà l'opera d'arte, seppure inedita, quando la si vede, fosse già stata goduta in un'altra occasione. Senza questa sorta di transfert, non sarebbe arte ma solo un bel lavoro.
Si dovrebbe tener conto che l'opera d'arte, e qui intendo proprio il prodotto finale (l'oggetto) deve essere considerata (perlomeno dall'artista che la intende realizzare), non come una materia inanimata ma come una persona. E come tutte le persone, anche l'opera d'arte ha le sue aspirazioni, imitazioni, emozioni, sensazioni e, specialmente, maschere. Queste sono le più immediate e necessarie da individuare perché a volte le opere d'arte sono identificabili in gruppi, in stereotipi, in comunità... Cercano di fare parte di gruppi per aumentare la forza personale o essere riconoscibili; apparire diversamente.
Togliere la maschera di un'opera d'arte, ad esempio, è un modo per permettere qualcosa che possa sorprendere.

12/04/15


Oggi andrò a prendere parte alle riprese del video per una canzone del gruppo di miei amici "Cosmic Bloom": http://www.cosmicbloomband.com/
Vacanza, quindi: sarò una comparsa che deve fare festa.

10/04/15


In questo periodo sto progettando una mostra da realizzare in dialogo con Manuel. I nostri lavori dovranno inserirsi negli spazi di un supermercato chiuso che ora viene utilizzato per eventi di questo genere. La mostra dovrà inserirsi nell'arco di tempo dei dieci giorni in cui sarò qui a Pordenone, di ritorno da Londra. Si sta sempre più delineando il mio trasferimento in uk: parto fra dieci giorni.
L'idea della mostra si regge proprio sulle sensazioni dovute al nostro vagabondare per realizzare arte. Per mendicarla.

05/04/15


Ho inaugurato all'Europalace, un hotel quattro stelle di Monfalcone, una nuova mostra. Titolo: Parata. E' una galleria di miei lavori che ho immaginato stampati su carta da parati, arredamento che pensavo proprio per l'albergo e che intendo proporre ad aziende precise. Ho esposto dei nuovi lavori appositamente stampati su carta da parati, uno di essi è lungo quasi quattro metri per poter riempire una parete del bar dell'hotel. Le immagini provengono da una pellicola che ho realizzato a Londra, durante il mio primo soggiorno in quella città, qualche anno fa. Questo lavoro l'ho scelto anche perché questa mostra è stato un saluto agli amici in vista di un mio trasferimento a Londra.
Contemporaneamente, alcuni lavori sono esposti pure nella collettiva della fondazione Caraian al museo Revoltella di Trieste. La giuria che ha selezionato i lavori mi ha assegnato anche un premio.
Ora mi sto dedicando attentamente al mio spostamento in uk.



23/03/15


Per caso, l'aver trascorso il weekend a Londra - sto per trasferirmi - mi ha spinto a riflettere sulle varie forme di vita che la fotografia può avere quando è riprodotta, quando è presente esclusivamente in internet o su un supporto digitale, quando si differenzia diventando prodotto artistico e su quanto l'immaginario dell'artista possa venire aiutato dalle nuove tecnologie. Infine, quanto internet possa amplificare o seppellire queste opportunità.
Il caso è stato ricordarmi che ho una montagna di foto che non ho ancora visto o utilizzato di Londra e che risalgono al mio precedente viaggio, quattro anni fa; inoltre, questa volta non ho scattato neanche una foto; infine, alle persone che mi avevano chiesto di scattare per loro una foto di Londra, a mo' di souvenir, e mandargliela poi via mail, ho spedito una di quelle foto mai utilizzate, di anni fa, cambiando la data di creazione del file. A parte questa esperienza spicciola, in questo periodo sto preparando una mostra, che forse farò all'Europalace hotel di Monfalcone, utilizzando degli scatti che avevo fatto a Londra in quel viaggio di quattro anni fa (con una modalità e una pellicola del tutto particolari) e che ho rielaborato a più riprese nel corso degli anni così che più che testimoniare l'esperimento londinese o quel mio soggiorno, testimoniano il mio procedere nel percorso di rielaborazione manuale e digitale delle pellicole successivo a quel viaggio.
Ma in tutto questo barcamenarsi nella fotografia, in questa libertà personale e aperta a tutti (e specialmente accessibile, all'occorrenza), si palesano, permangono le basi della fotografia?, ovvero i principi che ne determinano l'essenza, la base e che ne hanno fatto la storia.
In pratica, la fotografia esiste ancora o quella che abbiamo a disposizione attualmente ne è un surrogato?, può darsi, cioè, che non sia più tanto un mezzo per comunicare ma il messaggio vero e proprio che viene comunicato. Da intendersi come se la fotografia fosse una struttura di simboli che viene ereditata da generazione in generazione (di fotografi e di tecnologia per fotografare) di cui si ha solo la parvenza del significato che aveva all'inizio e che oggi è stata in realtà sostituita da qualcos'altro. Come gli elementi estetici dei greci che venivano ripetuti dai romani senza che questi ne riconoscessero il significato profondo.

20/02/15

Dear Enzo Comin,


Thank you for applying for the Ansel Adams Research Fellowship to further your photographic projects.

The committee enjoyed reading your proposal and appreciates the thoughtfulness and effort that so clearly went into drafting it. Despite the merits, your project was not awarded a fellowship. This year it was particularly hard for the Committee to make its decision given a record number of applicants.

All of the committee members wish you the best of luck with your research.


Sincerely,

Leslie Squyres

Leslie Squyres
Director of the Volkerding Center for Research & Academic Programs
Center for Creative Photography
University of Arizona
1030 N. Olive Road
P.O. Box 210103
Tucson, AZ 85721-0103
520-621-6273

17/12/14


Every action is acted out as if it were part of a performance which is, at the same time, personal and collective; as a consequence, every photograph captures a moment of that performance.
Absolute photography is not about documenting a face through pictures taken every day; on the contrary, it is about an individual who has been concealed to sight since the day he was born and who shows himself to others –throughout his life– exclusively through photographs. In other words, that is how pictures could properly bear witness to absence, since –in photography– the concept of presence has a negative meaning. This amounts to saying that, without absence, photography could exist only in part; it is like the colour black, which is present in every other colour but –at the same time– can be seen only when all the other colours are absent. The proof is that the individual who lends himself to the fulfillment of absolute photography can give a concrete proof of himself only at the very moment when (his) life is denied: death.
Paradoxically, the conflict between presence and absence in photography can be solved by taking pictures of something that does not exist, a figment of the imagination – with the same kind of freedom which usually belongs to forms of art like painting and drawing.
It is here that my work as a photographer comes into play: turning pictures of real subjects into something absurd and unreal by losing the ability to portray, witness, describe, illustrate.
This is possible only if we separate the image from the picture: what we obtain is a series of objects which are independent from photography and, conceptually, “unphotographable”.
To think that reality is what we see in a picture is the easiest and most commonly accepted solution; yet, it is the result of a psychic distortion.
What we have here, instead, is the chance to create images that are the outcome of other images (that is, images that are not real but imagined); to show something which is totally absent.
This reflection –which is a short explanation of photography in general and of my work as a photographer in particular– is, essentially, a somewhat messy approach to the concept of image we are fed everyday, and the reason is that the way we are taught to look at reality is aberrant and one-dimensional.
As a consequence, we are mentally bound to a distorted idea of the use of the image and of its function – and, therefore, of photography (because the boundaries between ideal and real are so vague); yet, we are so deeply linked to this idea of photography (because that is what we are taught) that we assume it to be real just as we do for any other optical illusion.
The perfect conclusion for this paradox would be to invent an absolute camera: a device that, with every shot, replicates the same image over and over. This would be the only exhaustive role for photography: to endlessly reproduce itself.
The main issue, therefore, is how we aesthetically relate to reality; in other words, to admit that every aspect of a relationship (with reality, with the others) is a representation which would cease to be so if only we gave up conventions.
Yet, if this were possible, new conventions would arise which, in turn, would shape other representations; and since it is not possible for us not to create representations and, therefore, to see reality differently than in the aforementioned one-dimensional way, our use of photography can be all but partial.
As a consequence, we are not able to understand the positive way in which photography interferes with our conventions... Photography is somewhat of an alien.



The ambition to bring an image to a further, successive level implies the creation of new perceptual realities. Every action undertaken in this light increases the difference between the future condition of the image and its initial appearance  – what we can define as “model” or “prototype”.
The result of this kind of work should be seen as an enhancement that I achieve by editing the image: by overloading it with –or depriving it of– information.
Theoretically speaking, this process can be compared to overwriting the initial –primitive and less evolved– image with data which resembles that already existing on it but which is meant to be its evolution.
We are mistaken if we think that a photograph can seize a portion of reality in an image (despite the fact that our perception is not able to grasp it and, therefore, to assert its existence); we are mistaken if we think that we can even freeze an image in a precise moment of its existence (of its progressive aging –of matter and meaning– and of its position in the context) and deny it its own history.
In my work, on the contrary, I try to force this common fate of the image.
It could be said that, when I edit an image, on the one hand I try to dismantle and erase its apparent qualities – as if I needed to turn it upside down and recreate it from scratch; on the other, I try to bring it up to date (even only just to test reality or our personal perception of it) to help people recognize it in/for the present.
Sometimes I’m afraid I might be obsessed with photography, but then I realise that photographs (and here I mean prints exclusively) are not static images; on the contrary, they are constantly in motion. Pictures are living things, creatures, almost animals: full of expression (personality, I dare say), growth, cycles, chemical reactions and mistakes that can not be corrected. More than other –more static– form of arts (like painting), more than digital products, computers or sci-fi robots, photographs can be treated as another living species.

30/11/14


Domani parto per Zurigo, dove mi fermerò per un mese, per una residenza per artisti.
Coincidenza, oggi un amico di Zurigo, un artista che stimo molto, Andreas Heusser, finalmente ha lanciato e fatto conoscere il suo nuovo progetto: il No Show Museum. Un museo dedicato al nulla, in cui verrà trattato il nulla. Precisamente i lavori che trattano questo argomento... molto profondo, ma vuoto.
Vuoto nel senso che non ci sarà nulla (ben poco) da mostrare e da vedere in quello spazio, quando inaugurerà in aprile. Scoprendolo, mi sono accorto che in questo caso il tempo di visita ad una mostra dovrà venire rinegoziato. 
Di solito, il fruitore di un'esposizione d'arte è superiore all'artista perché se io impiego una settimana per produrre un'immagine fotografica o un mese per un dipinto, al visitatore basterà uno sguardo per poi passare ad altro. Oppure se registro 5 minuti di video e poi proietto questi 5 minuti, lo spettatore vedrà il video spendendo 5 minuti, come chi l'ha realizzato. Nel caso del No Show Museum, il visitatore perde, perché andando a quella mostra troverà delle opere che sono state realizzate impiegando 0 minuti. O perlomeno il loro allestimento.

28/11/14


La fotografia deve essere un'immagine adoperata. Ovvero, deve avere un aspetto di oggetto usato senza alcuna traccia di nitore. Le foto sono sempre esistite come souvenir che le persone si portano appresso lungo la vita, quindi è bene che trasmettano questo senso di usura. L'immagine "più fotografica" è pertanto quella che mostra consunzione o filtri come le vecchie foto oppure la stampa grossolana su un quotidiano.
Questo mette in scena il paradosso che secondo me sta nel cuore della foto e che è al centro pure della mia ricerca. Precisamente, la foto è foto quando non è chiara (a causa della consunzione o della mediocrità della qualità) eppure la sua funzione è in teoria quella di essere chiara. Specialmente se si considera che in conseguenza a questa funzione ha sostituito la pittura.
Quello che intenderei fare è esporre due copie della stessa foto, di cui una è preservata in modo scrupoloso come si fa con le piante o gli animali imbalsamati al museo e l'altra successivamente alla sua fruizione nel corso di una vita. E quindi consunta, maneggiata. Quelle che sto producendo in questo momento, sono immagini che contengono entrambi questi aspetti in un unica composizione.
Quindi, abbiamo due punti che entrano in contraddizione: la funzione della foto, che la pretende e la produce nitida per poter trasmettere la realtà in modo pulito, e la sua esistenza, che la pretende e la produce spuria, conseguenza dell'uso. Nessun'altra arte è così, non trovando contraddizione: la scultura del Michelangelo o del Canova, seppure di marmo ti suggerisce che la superficie del soggetto rappresentato sia morbida e consistente come la carne; la pittura testimonia ma mantenendo presente quello che fa la pittura, cioè l'interpretazione del pittore. La fotografia, invece, si porta appresso questa dicotomia perché è nata non pensando all'arte, è nata come oggetto di uso quotidiano. Il fatto di pensarla come medium artistico è conseguente al suo essere immagine; cosa che potrebbe essere equiparata alla filatelia o alla numismatica, eccetto per una capacità che la distingue da tutto: l'immagine la puoi produrre da te. E questa produzione avviene in modo automatico e istantaneo, con una macchina, senza cioè lo studio e l'applicazione dell'arte o della scultura ma con il semplice premere un pulsante.
Allora, forse, la fotografia non è arte ma lo è semmai l'uso che se ne fa. L'arte della fotografia non sta nello scatto ma nel modo in cui si utilizzerà il prodotto di quello scatto. Ovviamente non è (sempre) così, perché può esistere un'intenzionalità nel modo in cui fare lo scatto; ma non nasconde che la natura della fotografia non è quella artistica, e quindi paradossalmente non è di essere contemplata, ma di uso quotidiano, quindi è di essere usata.
A causa di queste riflessioni, se dovessi guardare all'attuale produzione nella fotografia non vi troverei alcuna direzione. E' un errore o diventa qualcos'altro quando lo scatto fotografico viene stampato ed esposto allo scopo di essere contemplato. Ma essendo la natura della fotografia contenente un paradosso, è inevitabile che essa non possa suscitare un'ambizione decisa. Voglio che con il mio prossimo lavoro, che è gestito anche da queste riflessioni, si possa finalmente affermare: ecco questa è la fotografia; e allo stesso modo che si possa affermare: ecco questa foto non è una foto. -perché soppesa ed equilibra entrambe le forze-

26/11/14


Continuerò a seguire l'arte italiana del Novecento perché è quella che contribuisce ai maggiori passi avanti nei miei ultimi lavori. Anche in vista delle nuove immagini che intendo realizzare durante la mia prossima residenza a Zurigo. L'interno che invade la scena.


18/08/14


Sono stato a lungo assente perché ero in viaggio. Ho portato con me la reflex digitale, e come temevo mi ha annoiato usarla. Stavolta, mi sono accorto che questo dipendeva anche da un elemento nuovo che non avevo mai considerato finora: scattando molte foto con la digitale non faccio mai foto singole, ma per ogni soggetto che scelgo ne ottengo sempre una serie.

A dire il vero, ogni foto che ci viene offerta dai media è sempre in serie. Tutt'altro che annoiarmi, mi sorprende la foto che trovo per terra, perché mi mostra un momento di qualcosa di totalmente non raccontato e che oltre quello scatto, allo stesso modo, non conoscerò il proseguimento. Un po' capita con la foto a pellicola, specie per le pellicole che non sviluppo se non dopo mesi o anni e quindi di cui ho scordato il contenuto...
Mi sono incontrato con Michele e Sissi per una nuova performance, un rituale che metta in scena ciò che di intimo ci ha unito in questo anno di Kriptoscopia. Mi sono incontrato con Davide per un progetto video da proporre al concorso di ViaFarini. Sto pensando ad un progetto da realizzare a Zurigo perché mi hanno invitato per un paio di mese i tipi della residenza di due anni fa.


02/07/14

Le ultime riflessioni fatte sulla fotografia digitale, mi hanno fatto accorgere che io non la posso produrre perché ho il computer rotto, mentre un mio amico, per nulla esperto in materia, può tranquillamente ritoccare tutte le foto souvenir del suo ultimo viaggio. Questo strano paradosso, mi ha fatto pensare che solitamente il ritocco nella fotografia non ha fatto riformulare il concetto di fotografia, come invece è successo in altri settori che hanno a loro volta introdotto il digitale. Evidentemente, la fotografia rappresenta quello che viene considerato come il reale, che, seppure dovrebbe essere indiscutibile, è comunque sempre un punto di vista soggettivo, e quindi il ritocco fotografico può avvenire in un modo abbastanza libero da regole. E quel che è più rilevante, senza ancora alcuna posizione sull'accettabilità o no di un'immagine ritoccata. Così, è accettata la foto di un soggetto che viene completamente ritoccato o un collage di varie foto, proprio come se fosse un normale scatto.
Se è così diffuso il ritocco nella fotografia, come facciamo a credere ancora alla sua onestà nel testimoniare la realtà? Non ha senso, visto che molte altre tecnolgie sono state allontanate non appena si è scoperto che non riproducevano al meglio le cose come stanno: ad esempio, per il suono, gli strumenti più aggiornati prendevano posto di quelli precedenti che così sparivano poiché proponevano un suono che, con le macchine successive, veniva scoperto sporco e quindi inaccettabile... La risposta è, secondo me, che la fotografia ha a che fare con qualcosa di molto intimo, quotidiano per noi.
Non lo so, a questo punto del ragionamento mi perdo; perché è come se sapessimo tutti, visto che teniamo in considerazione che una foto non sia affidabile, che la realtà che vi troviamo raffigurata sia fittizzia. E allora perché non rigettiamo la fotografia? Credo che bisogna inziare anche qui a fare un po' di ordine. La foto può essere una bugia, ma anche oggettiva realtà: dove individuare il confine? Proviamo un esempio: anche la parola, come la foto, è un canale per comunicare, e con le parole infatti posso trasmettere una cosa totalmente inventata come raccontare un evento come effettivamente è accaduto. Però, anche quest'ultimo subirà l'interpretazione personale essendone io l'autore.
Devo confessare che all'avvento del digitale mi ero convinto che tutte queste osservazioni sarebbero finalmente svanite perché la foto sarebbe stata prodotta principalmente dall'azione di un software, e quindi avremmo avuto delle immagini di momenti proprio così come appaiono davanti ai nostri occhi. Ma queste cose si sarebbero risolte, effettivamente, se anche noi avessimo nella mente lo stesso software per leggere l'immagine. Una volta, avevo pensato di poter sbrogliare tutto ciò costruendo una macchina fotografica che facesse delle foto proprio come è la realtà senza alcun filtro fotografico. Per i meno esperti, bisogna precisare che le lenti degli obiettivi delle fotocamere sono preparate in modo tale che l'immagine prodotta venga fuori identica al modo in cui la media delle persone vede: l'occhio umano vede non obiettivamente come è la realtà e quindi le lenti devono creare le giuste aberrazioni altrimenti il prodotto della foto sarebbe per noi diverso da come vediamo (inaccettabile oppure non percepibile (?)). Ma ho rinunciato a questa idea, non sapendo proprio come è la realtà vista in modo oggettivo e non attraverso il mio occhio. Qui come vedono altre creature: 
http://www.focus.it/ambiente/animali/Come_vedono_gli_animali_C12.aspx



01/07/14

Farsi un "selfie" equivale a fotografare se stessi mentre si compie una performance. La possibilità di fotografare così incessantemente (grazie alle nuove tecnologie non si fotografano più solo i momenti speciali ma tutto ciò che si incontra durante la propria giornata) rende la foto un'esperienza e non più un supporto o un "oggetto". E' diventato un modo di comunicare sempre più affine ai metodi più naturali e personali come la comunicazione verbale e quella non verbale. Ricordo che agli esordi di tutto ciò, si parlava delle macchine come un prolungamento di se stessi: ora lo è un po' più chiara questa definizione. Quand'ero bambino, sognavo una qualche tecnologia fantascientifica che permettesse di scattare foto, in un istante, di quello che vedessi con gli occhi, con il semplice battere delle ciglia: questa tecnologia esiste.
Quello che piuttosto bisogna domandarsi è il motivo per cui una persona dovrebbe fare una cosa simile. La risposta è identica al perché una persona dovrebbe essere tabagista. Infatti, come si arriva a fumare senza accorgersene, ovvero con indifferenza, con indifferenza la montagna di foto viene inserita in internet senza curarsi come (e se) queste foto verrano mai fruite e da chi... Io stesso scatto le foto con il cellulare non sapendo il perché e quindi chi ne sarà il loro destinatario. Lo si fa perché è possibile, non c'è più bisogno di discrimare e selezionare la scelta dello scatto come quando si aveva una pellicola... esauribile.
Compreso questo, ora mi viene la tentazione di fare un passo oltre e, tenendo presente che fare foto è un'esperienza, realizzo che sarà nata pure l'abitudine di fotografarsi nelle situazioni più intime, che di solito non trovano spazio su facebook. Ad esempio, mentre si fa sesso: sicuramente esisterà un qualche sito in internet dove poter caricare quel genere di selfie... Vedi: https://twitter.com/sexselfies Sta diventando ordinario per ciascuno di noi, insomma, dedicare parte delle giornate a guardare foto e video altrui anche se non ci interessano o non ci servono... e anche se non vogliamo, visto che siamo immersi in questo oceano di foto che non hanno una ben che minima distanza da noi e funzione.
Per funzione leggasi che fino ad allora le foto venivano rese pubbliche perché avevano un ruolo informativo pubblico, mentre attualmente, oltre alle foto con questa funzione, ci sono tutte quelle di cui ho scritto ora e che c'entrano solo con se stessi, a mo' di "autismo" (neanche "masturbazione" che implicherebbe un piacere che qui non c'è). Quando il mostrare le proprie foto ha smesso di essere un momento privato e condiviso solo con le persone che sceglievi per condividere il momento testimoniato dagli scatti?
Tutto ciò non implica l'essere tolleranti o contrari al voyeurismo, ma il fatto che avviene nell'indifferenza che possa esserci o no del voyeurismo... Io stesso sono affascinato da questo aspetto del digitale non tanto per il contenuto degli scatti, ma per i particolari tecnici: come possibile salvare una mole simile di immagini e archiviarla? (visto che si parla principalmente di produzione di immagini piuttosto che di fruizione) E anche: come lucrarci?

30/06/14

La fotografia viene universalmente considerata come testimone della realtà. Tuttavia, è impossibile utilizzare la fotografia per questa funzione, oggigiorno, a causa della mole enorme di immagini che la nuova tecnologia permette. Ovvero, è impossibile storicizzare tutte le immagini prodotte e quindi è arduo leggere la Storia attraverso la foto.
Stavo ragionando su questo quando cercavo di capire se avesse ancora senso riflettere sulla fotografia ai giorni nostri. Capire come potrebbe essere fattibile una storicizzazione (o anche solo partire con un'archiviazione) di tutte le immagini che vengono attualmente prodotte è l'argomento che merita le più immediate soluzioni. Forse, si potrebbe semplicemente aspettare che tutto diventi obsoleto e perderlo come stiamo perdendo la Storia tramandata con supporti non più utilizzati: vinile, pellicola... e ripartire da zero?
Forse, c'è da aggiungere, che una delle cose che più mi irritano delle nuove tecnologie è che mi fanno sentire di essere diventato un'immagine, una copia, o al massimo la matrice o la pellicola. Sono un prodotto fotografico, video, ci sono forse più dati di me (e io contribuisco ad aumentarne, anche ora) che azioni da me compiute. Utilizzando così tanto queste tecnologie non mi contraddico, perché quello a cui tendo è trovare quel nuovo canale che sarà ancora più ampio, massiccio, forse totale che sostituirà l'attuale e internet. Qualche cosa in cui ci sarà talmente tanta dispersione da comportare una fusione. Se mi piace, non lo so; ora lo immagino attraverso la mia arte, ma se guardo alle nuove generazioni nate nell'era digitale, mi pare tutto talmente noioso... Perché trovano equivalente l'esperienza reale con quella mediatica\digitale; eppure ricordo che guardavo con vera speranza la capacità e produttività incontrollabile del digitale e la sua rielaborazione pixel dopo pixel: un mio progetto di allora, qualche anno fa, era appunto modificare il software di una fotocamera digitale in modo da avere già con uno scatto, un'immagine distorta; cosa che ho poi optato di fare modificando una macchina a pellicola. La foto che non propone la realtà ma una leggenda.
Di tutto ciò, quelle che isolo come questioni principali sono: la possibilità di poter comunicare esclusivamente con immagini; di connettersi tramite immagini; di sovrapporre più tempi cronologici, grazie a internet, e poter fare propri qualsiasi tipo di evoluzione. Ovvero, la potenzialità della fotografia non solo come campo artistico ma anche come campo sociale; quindi, tornando al discorso iniziale, trattare in modo parallelo la fotografia sia nella storia dell'arte che della società, cioè come gli artisti e le famiglie ne fruiscono... Senza simili distinzioni si continuerà a fare confusione. L'esempio più grande di questo pensiero sono i cosidetti "selfie": cosa è successo per cui non potessero essere più considerati semplicemente autoscatti?: ne è cambiata probabilmente la funzione, l'esecuzione, la circolazione... Cosa succede al soggetto quando si fa un selfie? Deve sicuramente percepirsi in modo diverso, (prova ne è che, una volta, una persona per strada mi ha chiesto di farle un selfie!) quindi questa, seppure può apparire patetica, è una potente rivoluzione.

29/06/14

Questo è quello che ho fatto oggi con Michele:

La cosa interessante di quest'idea, per me centrale, è il portare, come non mai, la vita di tutti i giorni e l'uomo della strada all'interno dell'arte e di un'opera d'arte. Un evento in cui addirittura è inserito un battesimo...

I FANTASMI DEL FOLKLORE
di Kriptoscopia




29 giugno 2014

tutta la giornata, a partire dalle 9.30

Badoere (Treviso) – sedi varie




4 bande folkloristiche trevigiane,
7 carrozze d'epoca,
un'ampia sfilata di amici, in costume, di Carlo “Carletto” Durigon e celebrazione del battesimo di suo nipote nella chiesa di Badoere.
E' l'happening a cui KRIPTOSCOPIA invita tutti per festeggiare nell'arco di un'intera giornata una figura di riferimento del folklore trevigiano: Carletto dell'associazione “Amici dei cavai” di Paese (Treviso). L'intera festa propone quanto Carletto stesso desidererebbe per il suo funerale rispondendo in modo giocoso alla falsa notizia del suo decesso, qualche anno fa:


“«Carletto del bar “Le Ruote” è morto». La voce si è sparsa lunedì in paese, ma, per fortuna, si trattava solo di una burla di cattivo gusto. «Io sto bene - dice sorpreso il diretto interessato Carlo Durigon, che porta in testa il suo inseparabile cilindro - si è trattato di uno scherzo». La falsa notizia della scomparsa del proprietario della famosa osteria «Le ruote» di Paese, in via Breda 56, ha destato preoccupazione.

«Carletto dee rode» infatti è conosciutissimo non solo a Paese, ma anche in tutta la provincia. E’ il presidente degli «Amici dei cavai», associazione che organizza feste con carrozze d’epoca e cavalli, devolvendo sempre il ricavato in beneficenza. Il sessantenne Carlo Durigon ha iniziato a lavorare al bar della stazione dei treni di Treviso. Poi ha aperto l’osteria a Paese, diventata un luogo mitico, frequentato da diverse generazioni di trevigiani. Tutte le compagnie della Marca, almeno una volta nella vita, hanno fatto una festa nell’osteria dove si mangia museto, poenta, luganega e si bevono fiumi di vino. E’ uno di quei bar che Marco Paolini descriverebbe: «dove devi specificare se il caffè non lo vuoi corretto», altrimenti in automatico ti aggiungono un goccetto. Carletto, dopo lo choc della notizia che gira sulla sua morte, torna al suo noto buonumore. «Comunque ho già pronto il mio testamento - confessa - Quando morirò voglio un corteo con 60 cavai, tre putane e un cueaton, fiori destirai in strada, banda musicae. Magnar a crepapansa, bevar e parlar de cavai». E poi spiega: «Ho scelto questi personaggi per il mio funerale perché non voglio omaggi, la nostra vita deve essere criticata quanto valorizzata».”
Fonte: Tribuna di Treviso del 23/02/2005
http://ricerca.gelocal.it/tribunatreviso/archivio/tribunatreviso/2005/02/23/TC6PO_TC605.html

 

24/06/14

Ogni attività viene compiuta seguendo le regole di una recitazione personale e collettiva; ogni fotografia mostra un momento di una performance. La fotografia assoluta non è nel documentare un volto con uno scatto fotografico ogni giorno, ma un individuo che fin dalla nascita sia celato allo sguardo e che si mostrerà agli altri, per l'intera durata della sua esistenza, esclusivamente tramite delle foto. In altre parole, la fotografia sarebbe la vera testimonianza, quella dell'assenza perché per la fotografia il concetto di presenza è un qualche cosa di negativo. Come a dire che se non c'è assenza, la fotografia fa una comparsa parziale; come il nero che compone i colori ma che appare in maniera completa soltanto nella loro totale assenza. La prova di ciò è che il nostro soggetto che si prestasse alla realizzazione della fotografia assoluta, darebbe dimostrazione concreta e solida di sé, solo nel momento di negazione della (sua) vita: il decesso.
Ma se noi non possiamo guardare il volto di costui, avremmo il dubbio che non sia effettivamente reale o che addirittura non esistesse: è un paradosso, un'inconciliabile considerazione che dimostra che a causa dell'avvento della fotografia, l'immagine è morta. Quindi, non ci resta che utilizzare la fotografia in modo precario come abbiamo fatto finora: se per dare significato alla fotografia si deve guardare alla vita, e per dare significato di star vivendo bisogna comprendere la morte, ci si può rendere conto che la maniera in cui viene anche concepita la fotografia, è distorta. Ovvero, se la foto la usiamo per trasmettere un avvenimento allora lo stiamo facendo in modo superficiale e non definito, come usare degli schizzi a matita per rappresentare i momenti di un fatto che si vuole fermare e tramandare.
Presenza e assenza nella fotografia sono un grande conflitto che in modo grottesco si risolverebbe nello scattare foto di qualcosa che non esiste, frutto dell'immaginazione, cioè la libertà che era del disegno e della pittura. Qui entra in gioco il mio lavoro fotografico che utilizza foto di scene reali ribaltate in qualcosa di irreale, assurdo: perdere la capacità di raffigurare, testimoniare, descrivere, ritrarre. Questo è possibile, come ho già scritto in passato, separando la fotografia dall'immagine; si ottengono così degli oggetti che sono a sé stanti dalla fotografia, concettualmente "infotografabili". Pensare che ciò che riporta una foto sia la realtà, sarebbe la soluzione più semplice (e infatti è quella accettata) ma è frutto di una distorsione psichica. Si può fare chiarezza su queste parole considerando l'incipit "ogni fotografia mostra un momento di una performance": in una foto si può vedere quello che è recitato, cioè che corrisponde alle convenzioni e quindi alle aspettative (le strutture degli edifici, degli abiti, dei costumi, delle espressioni, azioni...) dalle loro immagini. Ecco che si avrebbe la possibilità di mostrare delle immagini frutto di immagini (cioè immagini non reali ma immaginate). E per completare tutti gli input fin qua tirati in ballo: si mostrerebbe qualcosa di assolutamente assente (senza aver bisogno di mantenere qualcuno nascosto alla vista per la sua intera vita...).
Tutta questa riflessione, che è una spiegazione della fotografia e una spiegazione della mia fotografia, è essenzialmente un confusionario approccio all'immagine che si affronta quando il modo in cui si viene educati a vedere la realtà è aberrato: un unico livello solo. Sul piano mentale, quindi, ci leghiamo all'uso e alla funzione dell'immagine e della fotografia in modo distorto (imprecisi confini fra il concreto e il concetto) ma così profondo, perché è il modo in cui veniamo educati, che lo prendiamo per vero al pari di un qualsiasi effetto ottico.
Perfetta conclusione è progettare la macchina fotografica assoluta: che produce, ad ogni scatto, la stessa foto. Sarebbe l'unico modo per assumere un ruolo esaustivo della fotografia perché ripete sempre lo stesso (come l'atto sessuale). Il tema dominante di tutto è, pertanto, come ci relazioniamo da un punto di vista estetico, cioè ammettere che ogni aspetto relazionale è una rappresentazione (performance ho detto all'inizio) e che terminerebbe di esserlo se si smettesse di seguire le convenzioni. Se fosse possibile, se ne creerebbero di nuove che a loro volta imposterebbero altre rappresentazioni: per gli uomini non è possibile non rappresentare, quindi non è possibile vedere la realtà in un altro modo oltre ad un unico livello, quindi non possono che adoperare la fotografia in modo parziale. E quindi, non siamo in grado di cogliere il disturbo che la fotografia positivamente crea alle nostre convenzioni... La fotografia è aliena.

23/06/14

Mi hanno parlato della possibilità di fare qualcosa durante un festival musicale, vicino a Pordenone. Non ho idea di cosa potrei proporre, vista la vastità del luogo, così ho iniziato a immaginare ad una performance. Il tema deve affrontare i problemi di comunicazione o qualcosa di simile, e nell'azione che ho pensato, affronto e comunico con qualcosa di inaffrontabile e che non comunica: la mia paura. Cioè mi devo far sbranare da dei cani.
Non è proprio un'idea di prima mano: devo controllare che non sia già stata fatta, ecc. Ma non penso abbia importanza, conta l'assistere ad una scena simile.

22/06/14

Sto attraversando un periodo di mezzo fra la fine dell'esperienza del progetto Kriptoscopia e l'inizio di ciò che verrà in seguito. Un mio attento critico d'arte potrebbe cogliere la cosa precisando che si è appena conclusa la performance che ho iniziata il 7 giugno 1979 e sta per cominciare la performance numero due. 
Per marcare questa fase, mi sono fatto dei tatuaggi che ne conservassero la valenza. Il giorno successivo sono stato tutto il giorno in mezzo alla gente e quindi mostrando queste nuove presenze sulla pelle. La cosa interessante è che seppure uno di questi tatuaggi è una frase tatuata sull'avambraccio, se n'era accorta solo una bambina.
Sabato scorso è avvenuta l'ultima performance di Kriptoscopia che, a quanto pare, ha molto colpito e soddisfatto il pubblico. Per queste reazioni, si deve proprio cogliere che sia stato giusto segnare la fine di questo progetto; perché Kriptoscopia ha senso se il pubblico viene lasciato insoddisfatto, con l'amaro in bocca. (vedi qualche post passato) Evidentemente, la messa in scena ultima è stata abbordabile da fruire e le emozioni vincevono sul resto. In effetti, apre a un altro lavoro, che sta per giungere: forse, quindi, Kriptoscopia ne ha offerto il contenitore. Ma è stato emblematico perché vi hanno preso parte proprio tutti, come avevo già avuto modo di elencare; con l'aggiunta del musicista Andrew Seal, che ha sopperito all'assenza di Dezroy Adam che aveva indovinato la condivisione della parte musicale con Michele nella performance precedente, a Venezia, presso Venoise.
Il nuovo lavoro sarà con lo scrittore Emanuele Franz, proprio a rendere sempre più concreto il mettere in scena il suo dramma "Il risveglio di Gregorio". Sabato scorso, in effetti, c'è stato un primo test che è davvero riuscito: dare vita al Gregorio. Il Gregorio è una presenza, un'energia, quindi qualcosa di vivente che non esisterebbe ma diventa reale evocandola in un'azione congiunta, corale; proprio come nel libro. Quello che abbiamo messo in scena è stato un rito che aveva dei rimandi alle baccanti, e le donne presenti fra il pubblico si sono dimostrate degne di rappresentare la vulcanica energia femminile salendo sul palco. Quello che hanno fatto è stato malmenare e umiliare Emanuele nella parte dell'iniziato al rituale, o meglio: vittima sacrificale. Temevamo che le persone del pubblico non si sarebbero fatte coinvolgere, invece le donne invitate hanno accettato: nei baccanali di luna piena, le donne sbranavano coi denti un cerbiatto ancora vivo.
E l'energia è stata talmente vera (non eravamo più noi ma il Gregor) che, finita l'esibizione, alcune di loro hanno sono rimaste nella parte, anche chi non aveva pertecipato prima... e la tensione della performance si fosse apparentemente stemperata.
E' molto bello poter vedere con una stima rinnovata tutte le donne che incontro, ora. Sono piene di entusiasmo e elettricità; un uomo non potrebbe mai avere una simile energia, perché questa è un'energia piena di vita, generatrice appunto, mentre il maschio tende ad accomodarsi.
C'è da notare che almeno una di queste ragazze, per timore del palco, ha calciato Emanuele in modo palesemente finto, come se fosse una gag coi calci finti del gabibbo. Ma va bene lo stesso, perché anticipa già il nuovo progetto che vorrei fare con Michele: con uno sfondo musicale noise e industrial, mettere in scena le gag e i giochi alla domenica in.